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Che cosa siamo venuti a vedere? Il Mediterraneo che cura

23 agosto 2015
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Veduta parziale del Castello di Marineo mentre sale l’ombra della sera

Ieri, a Marineo, abbiamo assistito alla Dimostranza, una sacra rappresentazione popolare in onore di San Ciro di Alessandria, il patrono del paese, con la regia di Nino Triolo.

Non è facile dire parole quando si assiste a qualcosa che da un lato appartiene pienamente a una collettività e ne è fiore e frutto, e dall’altro appartiene al mondo intero. Noi non siamo di Marineo, e ieri non riconoscevamo tutti i protagonisti di una rappresentazione che davvero coinvolge l’intero paese: il nostro era uno sguardo, per dir così, straniero, anzi era uno sguardo migrante, che arrivava da lontano e scopriva in ciò che vedeva un riconoscimento di sé.

Ciro, il santo patrono, era un bambino piccolo, poi più grande, poi un giovane, poi un uomo maturo e poi un altro, era un uomo alto e poi basso: un uomo era, uno fra tanti, come a dire “potevi essere tu”, o “potevo essere io”; e così Adamo, Eva, gli Angeli, l’Imperatore e tutti i personaggi di una storia che nei secoli si ripete, forse proprio perché ognuno possa dire, come fanno i bambini quando giocano, “facciamo che io ero l’Imperatore”, “facciamo che ero il Santo”, “facciamo che gli tagliavo la testa”, “facciamo che morivo”… La Dimostranza ieri ci dimostrava il gioco delle parti attraverso il tempo, il tempo che ha dato vita alla nostra società, quella di oggi, in cui tutti viviamo e in cui siamo protagonisti: sì, proprio noi, in prima persona, Io.

Io sfiorata più volte dall’ampio mantello rosso del Diavolo, che era spaventoso ma arrivava come una carezza, proprio come quello della Madonna. Io colpita dalla visione di uno e mille San Ciro che affrontavano il loro destino, tra tentazioni, atrocità e sofferenze che poi sono nella vita di ognuno – quando la si riconosce, la vita. Io – che mi sentivo ed ero un noi – che assistevo al racconto della vicenda di un uomo santo, un medico maestro nel prendersi cura del corpo e insieme dello spirito, nato in una terra lontana e vicina, l’Egitto, in un tempo lontano e vicino che ieri era presente, presentissimo mentre un altro uomo, vestito di nero, lo afferrava per i capelli per tagliargli la testa.IMG_5046

Chi sono io? mi chiedevo, chi siamo noi? Non era uno spettacolo, quello di ieri; non c’erano attori, o se c’erano erano personae, che risuonavano attraverso una maschera che non si vedeva più, perché ognuno impersonava se stesso raccontando una storia che non era se non la storia del mondo, quella di sempre – “sempre”, piccola parola potente che significa, nella sua radice indoeuropea, “una volta per tutte”.

Sì, ogni cosa che accade assume, nel racconto e nella rappresentazione, il valore eterno di una cosa che è “una volta per tutte”, come le favole che i bambini amano sentirsi raccontare sempre con le stesse parole, senza cambiare nulla, perché nella ripetizione possano riconoscere un ritmo, una cadenza familiare come quella della voce che racconta, cara e presente. Ripercorrere ognuno di questi racconti ci consente di accedere al nostro racconto personale, di scoprirlo e riscoprirlo, di trovare quel senso che non è soltanto individuale, ma collettivo, di riconoscerci individui, cioè indivisibili da noi stessi e da tutti quelli che ci hanno preceduto e ci seguiranno.

Ci dimostra, la Dimostranza, che non siamo solo una goccia nel mare, ma il mare in una goccia. Il Mediterraneo siamo noi, così com’è e com’era e come sarà: e questa percezione è terapeutica. Fa bene all’anima, dà pace, perché ci fa sentire sani, cioè interi e integri, pieni di passato e futuro che diventano “vita che ci sboccia dentro come una festa”.

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Giulia Lo Porto e Franco Schimmenti

Così ieri vedere una piccola grande donna fragile e forte avviarsi con passo lieve a dar voce alle parole del cuore del mondo, è stata un’emozione indicibile. IMG_4991In quelle parole c’erano passato e futuro, Ciro di Alessandria e Paolo di Siria e gli uomini e le donne del mare e il dolore del mondo – tutto il dolore del mondo. E c’era anche lo sguardo, anzi la parola che salva. “Chi vive, vince. Chi condivide, vince. Chi si apre all’incontro, vince”. Queste le parole di Giulia Lo Porto che riportiamo qui sotto, ma che, se volete, potete ascoltare anche dalla sua voce cliccando sul link, perché è un’altra cosa sentirle: Ciro d’Egitto

“Che cosa siete venuti a vedere?” (Cfr. Lc 7,24) Un uomo che muore? Una testa che rotola? Un santo? “Che cosa siamo venuti a vedere?”. Uno spettacolo?

Donne e uomini, anziani e bambini di questa terra, siamo tutti venuti a far festa nella memoria di Ciro d’Egitto.

Ciro, figlio d’Africa, fratello d’oriente eri un bravo medico, ma i potenti del tuo tempo te lo hanno proibito. Sei fuggito in cerca di libertà, profugo in un’altra città, nel deserto, disposto ad andare ovunque ti fosse permesso di vivere libero, fedele a te stesso e a Gesù di Nazareth, il Cristo di Dio. Cercavi la pace, hai trovato sangue e persecuzione, cercavi sorelle e fratelli con cui condividere la vita e l’amore, ma hai trovato la furia della spada, la tortura e la morte. Potevi metterti in salvo, ma non lo hai fatto, perché hai ascoltato il grido di chi era in pericolo.

Donne e uomini, anziani e bambini di questa terra, facciamo silenzio. Sssshhhhh. Sentite? È l’urlo che viene dal mare, lo stesso mare che bagna la Sicilia a nord e l’Egitto, terra di Ciro, a sud. È l’urlo del mare sazio di uomini morti. Lo sentite? Gridano gli uomini con le spalle piegate dalla fame e dalla guerra, gridano le donne che partoriscono fra le onde, le madri costrette a gettare in mare il corpo dei figli, appena nati e subito morti di fatica. Ma noi non ne conosciamo i nomi, noi non abbiamo tempo per le loro storie.

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Giulia Lo Porto in un’immagine sfocata dall’emozione, in cui tuttavia luce e ombra convivono serene.

Ciro visitava gli infermi e aveva pietà. “Vengo a farti visita”, “visitare” è il verbo dell’incontro, è il tempo della vita messo a disposizione di cose nuove, è il pane impastato con le lacrime del dolore e mangiato insieme nei giorni della gioia. Incontrarsi è guarire, guarire è imparare ad essere umani.

Ciro guariva i corpi e dava sollievo alla solitudine della sofferenza. Si avvicinava alla gente come a dire “fratello, m’importa di te”. Beati sono gli uomini e le donne che hanno occhi aperti sulle necessità e le gioie dei fratelli, benedetti dal Signore gli uomini disposti al rischio dell’incontro. Meschini coloro che non si lasciano toccare, avvicinare, sporcare, disturbare e anche ferire dagli esseri umani, destinati sono costoro a restare puri e morti.

Feryal Sheikh donna di Aleppo, Siria, morta il 25 giugno 2015

Raghad Salem donna di Idlib, Siria, morta il 24 giugno 2015

Ahmad Al-Qaseer, ragazzo di Damasco, Siria, morto il 10 giugno 2015

Abdulla Saied Al-Kassar, uomo di Deir Ezzor, Siria, morto anche lui il 10 giugno 2015.

Guerra in Siria: più di 200.000 morti, quasi sei milioni e mezzo di sfollati, uomini e donne, anziani e bambini, come noi. Ma il mondo s’interessa della Siria solo quando l’Isis taglia le teste di ostaggi occidentali e conquista i pozzi petroliferi. Conosciamo la Siria per paura non per pietà. Abbiamo il terrore che la Siria arrivi fra noi, ma non abbiamo fatto un solo passo per portare pace, pietà e speranza alla sua gente.

“Ascoltate, vi prego, il grido di libertà dei Siriani!”. Così gridava Paolo Dall’Oglio, da trent’anni in quella terra a seminare dialogo, carità e pace tra Cristiani e Musulmani. Si è schierato dalla parte del popolo e il dittatore lo ha costretto a lasciare la Siria, il suo monastero, la sua gente. Esule, come Ciro d’Egitto, Paolo di Siria ha supplicato il mondo intero di sostenere la rivoluzione dei giusti. Pregava e chiedeva aiuto, era in grado di risolvere il conflitto, ma non lo abbiamo voluto ascoltare. Il 29 luglio del 2013, tornato clandestinamente in Siria come profeta solitario, Paolo scompare nella città di Raqqa, come inghiottito dagli inferi. Chi lo ha conosciuto e amato attende con perseveranza il suo ritorno a casa e la fine di una guerra troppo ingiusta.

Che cosa siamo venuti a vedere? Che cosa stiamo celebrando? Un uomo che ha vissuto. E chi vive, vince. Pure se viene arrestato e minacciato. Celebriamo un uomo che ha condiviso la sua vita con la vita di altri uomini e di altre donne: sconosciuti, bisognosi, fratelli. E chi condivide, vince. Anche se perde il lavoro ed è costretto a scappare in un’altra città. Celebriamo un uomo che si è aperto all’incontro anche se non aveva ricchezze e guarigione per tutti. Perché chi si apre all’incontro, vince. Pure se torturato e decapitato per aver scelto di stare dalla parte del Vangelo e dalla parte degli uomini girando le spalle al potere.

Uomini e donne, anziani e bambini di questa terra, e noi? Da che parte stiamo?

Beati coloro che sanno vivere e morire da esseri umani.

Il carro realizzato da Salvatore Rizzuti: mare Mediterraneo che diventa barca di salvezza

Il carro realizzato da Salvatore Rizzuti: mare Mediterraneo che diventa barca di salvezza

Gli Angeli e San Ciro (piccolo, in alto) sul Carro, nell'Apoteosi del Santo.

Gli Angeli e San Ciro (piccolo, in alto) sul Carro, nell’Apoteosi del Santo.

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