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Cerchiamo Ramy Balawi: we are waiting for him

12 settembre 2015
Un'immagine tratta da "Parole di Pace", il libro di stoffa di Angela Di Blasi

Un’immagine tratta da “Parole di Pace”, il libro di stoffa di Angela Di Blasi

Non abbiamo più notizie di Ramy Balawi, il maestro di storia di Gaza che stiamo cercando di far venire a Palermo per poterci confrontare sul vissuto della guerra parlandone con chi la vive da sempre e ne è stato gravemente colpito.

Se qualcuno dovesse avere sue notizie, lo preghiamo di farci sapere.

Ramy ha 26 anni, crede nella pace, nel valore dello studio e della conoscenza, nella fiducia in una vita possibile, e sogna un futuro per i bambini di Gaza, quelli che ogni giorno incontra a scuola, quelli che in silenzio gli chiedono una risposta.

Ecco quanto ci ha scritto perché lo leggessimo all’incontro del 6 settembre organizzato da ARCI Palermo, Colori di Luce e Biblioteca delle Balate:

Un'immagine di Ramy Balawi

Un’immagine di Ramy Balawi

Sono Ramy Balawi di Gaza, ho 26 anni e insegno in una scuola di Gaza.

Ho perduto una parte della mia famiglia e alcuni dei miei parenti e amici più stretti durante l’ultima guerra; vivo ancora nel silenzio con questi ricordi dolorosi, così come le migliaia di persone che hanno perso la loro cosa più preziosa.

Vivo senza casa insieme ai miei familiari sopravvissuti, come più di 100.000 persone che hanno perduto le loro case nella guerra. Purtroppo ho trascorso anche la mia infanzia e l’adolescenza attraversando esperienze dure, tragiche e miserevoli perché sono nato e vivo da rifugiato in un campo profughi a Gaza in circostanze difficili e drammatiche, e la mia famiglia non ha avuto la possibilità di darmi il mio diritto all’infanzia a causa della stessa tragica situazione di migliaia di bambini che hanno dovuto subire le guerre e l’occupazione. Così è stato: devo rinunciare ai miei diritti e persino a pensarci perché conosco la situazione tragica intorno a me, ma sto cercando di reagire con l’arma più potente di tutte, l’istruzione: così ho fatto il mio meglio con tutte le mie forze per completare gli studi nonostante ogni difficoltà – in particolare il blocco di Gaza – quando ero ancora all’università.

Ho sfidato le circostanze crudeli e tragiche in cui sono immerso per completare gli studi e continuo a pensare che l’istruzione sia l’arma più potente per contrastare le più terribili situazioni e la povertà. Per questo in quel periodo ho abbandonato un sacco di cose, anche se so che molti giovani credono che la gioventù sia il periodo più bello della propria vita; per me la cosa più bella è stata piuttosto la sfida alle dure circostanze e al tempo di guerra per continuare gli studi nel modo migliore possibile.

Aiutatemi perché anche i miei allievi possano sfidare queste circostanze tragiche e questo tempo e liberarsi degli effetti della guerra per continuare la loro formazione.

Tanti amici mi chiedono quanti anni ho e si meravigliano quando scoprono che ho solo 26 anni: credono che io sia molto più grande, e capisco che non possono lontanamente immaginare la vita sotto i bombardamenti e il blocco e la cancellazione di ogni diritto: come ti senti a vivere tre guerre durante la tua giovinezza, in meno di sei anni; come ti senti a perdere le persone più vicine al tuo cuore e la famiglia e gli amici; o anche come ti senti in quei momenti di paura, ansia e tensione sotto i bombardamenti e quando il sonno fugge dai tuoi occhi ad ogni esplosione e nel suono dell’ambulanza o nelle urla dei feriti intorno, e quando cerchi di salvarli, o vedi corpi di bambini per strada, o ti cade un razzo vicino, o in quelle notti buie senza elettricità, che non sai se quella notte sarà l’ultima della tua vita; o anche quando esci a comprare qualcosa da mangiare per i tuoi sotto i bombardamenti e non sai se tornerai da loro con del cibo o solo con il tuo corpo senza vita.

Ma anche nelle notti peggiori, nonostante la paura e l’ansia e il dolore profondo, ho mantenuto la grande speranza che la guerra finirà e ho creduto in un futuro migliore, quindi voglio fare qualcosa non per me, ma per la mia famiglia, la mia gente, e specialmente per i bambini che hanno perduto la loro infanzia con la guerra e l’assedio e che soffrono di traumi crudeli.

Persino nei giorni più difficili ho cercato di dissimulare il dolore profondo e la tristezza negli occhi dei miei cari e di infondere loro il coraggio e la sfida a continuare e a lottare per la vita e a non arrendersi mai né perdere la speranza nel futuro: mai, nemmeno nelle condizioni peggiori.

Persino quando ho perso una parte della mia famiglia, ho cercato di nasconderlo dagli occhi a tutti intorno a me; persino se mi sentivo come se stessi morendo dentro per la disperazione e la pena, io ero forte e rifiutavo di arrendermi al dolore, perché sapevo che c’era la possibilità di fare qualcosa per gli altri.

Quando i figli di mia zia sono stati uccisi, li ho portati tra le mie braccia e li ho deposti nella tomba, nonostante il dolore e la disperazione, e un razzo è caduto vicino a noi e so bene che nessuno può immaginare questa realtà, ma è quello che ho vissuto.

Durante una notte di guerra, prima che la nostra casa fosse bombardata, mentre ero a letto e cercavo di addormentarmi ma il sonno fuggiva lontano dai miei occhi pieni di preoccupazioni e di paura, ho messo la testa sul cuscino e c’era la radio accesa per le notizie sui bombardamenti; all’improvviso ho sentito il letto sussultare come se ci fosse un terremoto e un’esplosione come di un tuono spaventoso e urla vicino a me: ho pensato dapprima che fosse solo un sogno, e tutto era proprio come un incubo in questo sogno terribile, ma poi è entrata mia madre nella mia camera e ho capito che era tutto vero, e lei mi ha chiesto: “Hai sentito l’esplosione?”, ed io stavo ancora cercando di essere forte di fronte a mia madre, così mi sono alzato dal letto in fretta e ho risposto a lei che mi chiedeva dov’erano queste urla “non lo so” … mia madre è abituata a dipendere da me, perché sono il più grande tra i miei fratelli e ho avuto una grande responsabilità soprattutto dopo la morte di mio padre: così lei crede sempre che io sia il più forte, coraggioso e capace di affrontare le cose peggiori. Per questo io ho cercato sempre di mostrarmi forte davanti a lei e di non far trapelare nessuna debolezza o paura… sono andato a vedere e ho trovato il mio fratellino rannicchiato accanto al muro, che piangeva impaurito con una piccola candela vicino. Gli ho carezzato la testa e ho detto: “Non aver paura, perché tutto va bene: stiamo bene, non ti preoccupare, ora siamo con te, vicino a te”, e lui ha indicato mia madre e i miei fratelli e io ho detto loro di lasciare la casa e stare attenti, perché ho sentito urlare e piangere nelle case vicine.

E mentre aprivo la porta, ho sentito una nuova esplosione, ancora più potente della precedente: sembrava un bombardamento aereo, ma dove? Non lo sapevo, ma sentivo urla, ma dove? Non lo sapevo, allora siamo scesi in fretta e usciti, ma il mio fratellino stava per cadere dalle scale, l’ho preso in braccio e intanto un altro fratello ci illuminava le scale per non farci cadere, e allora i miei si sono seduti là, e io ho detto loro che stavo andando a vedere per strada se era possibile uscire o no, ma improvvisamente una luce nel buio e il suono di passi: era il mio vicino che tentava di fuggire con i suoi bambini e io gli ho gridato “venite qui, dove andate, c’è buio, vi colpiranno!”, così lui è entrato in casa mia, si è seduto vicino ai miei, e sua moglie aveva un bambino in braccio e gli altri bambini gridavano e piangevano, e mi sono chiesto perché tutto questo stava accadendo a noi e se la nostra vita sarebbe finita così, in quella orribile notte.

Non è un nostro diritto vivere in pace? Qual è il crimine di questi bambini, perché devono vivere cose simili, fuggire durante la notte con le loro famiglie sotto i bombardamenti… In questo orribile momento nel resto del mondo i bambini non stanno dormendo, a letto tra le braccia delle loro madri? A nessuna di queste domande ho potuto rispondere, ma le leggevo sui volti dei bambini illuminati dalla mia torcia e vedevo la loro paura e l’orrore di tutto questo e gli occhi di quel bambino in braccio alla moglie del vicino e come le lacrime scendevano sulle sue guance mentre la madre cercava di abbracciarlo per farlo sentire al sicuro e far cessare il suo pianto, mentre il mio fratellino teneva le mani sulle orecchie per non sentire le esplosioni e mia madre pregava che questo incubo finisse presto.

E quando sono tornato a scuola l’anno scorso dopo la guerra, è stato l’anno più difficile di tutti, perché gli studenti stavano ancora subendo gli effetti della guerra, la paura, l’ansia, il trauma e ricordi terrificanti e dolorosi, e molti di loro avevano perduto il padre o la madre o il fratello o anche la casa e vivevano da senzatetto con la famiglia e molti non trovavano più gli amici, o non venivano a scuola perché erano gravemente traumatizzati, ma io non rimanevo inerte di fronte alla sofferenza dei miei studenti, io cercavo di aiutarli in tutti i modi per trasformare questa dolorosa realtà: anche se non c’era molto da fare, dovevo fare qualcosa per quelli che avevano bisogno di aiuto per liberarsi dagli effetti della guerra e dai ricordi dolorosi. Così ho cercato di seminare speranza nei loro cuori, di incoraggiarli a mantenere la fiducia nel futuro e a non perderla mai, così come a continuare la loro formazione perché è questa l’arma più potente per affrontare la loro vita tragica, così come un’atmosfera diversa a scuola aiuta tutti ad alleggerire l’ansia e lo stress e motiva a partecipare e interagire, così come infondere l’amore per la vita e trovare il modo di sostenere la vita e l’istruzione, perché quella guerra ha segnato tragicamente gli studenti che hanno bisogno di ritrovare speranza e fiducia, e anche se non so bene cosa fare per aiutarli, sono orgoglioso di tutto quello che faccio per loro, nonostante tutte le difficoltà.

Infine ho inviato una lettera alla famiglia del giornalista italiano Simone Camilli, che è stato ucciso mentre cercava di documentare con la sua camera la sofferenza dei bambini di Gaza, e mi sento davvero orgoglioso perché sono ancora in contatto con loro. Potete leggere la lettera su “Repubblica” e anche la mia storia pubblicata nel libro “Trenta storie del Mediterraneo” (Rogiosi editore), ma voglio concludere questo mio scritto brevemente, ringraziando il popolo italiano che difende il nostro diritto alla giustizia e a vivere in pace e libertà, soprattutto per i nostri figli che sono stati derubati di tutto con la guerra e l’assedio; e penso che la cosa più grande che ci separa è proprio il Mediterraneo che ci unisce, perché ciò che ci unisce veramente è che siamo tutti esseri umani e il valore della giustizia, quindi spero che tutti sostengano il nostro progetto, al fine di alimentare la pace e l’amore della vita nei bambini invece della paura e della disperazione a causa di guerre e violenze.

Toni Renda legge le parole di Ramy al Giardino dei Giusti, a Palermo

2 commenti leave one →
  1. maicol1945@libero.it permalink
    14 settembre 2015 06:22

    pubblicatelo su Facebook!

    • 14 settembre 2015 07:12

      certo, l’abbiamo fatto. Bisogna fare girare la notizia il più possibile.

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