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Vorrei trovare un’espressione per la duplicità del mondo

26 settembre 2015
Energia mediterranea, Antonio Di Palma, Fiumara d'Arte.

Energia mediterranea, Antonio Di Palma, Fiumara d’Arte.

Se io fossi musicista, potrei scrivere senza difficoltà una melodia a due voci, una melodia composta di due linee, di due serie di toni e di note, che corrispondono, si completano, si combattono, si condizionano a vicenda; che, insomma, in ogni istante, in ogni punto del pentagramma si trovano nel più intimo e vivo rapporto reciproco. E chiunque sapesse leggere uno spartito potrebbe leggere la mia doppia melodia, vedrebbe e udrebbe, di ogni nota, la nota opposta, la nota sorella o nemica o antitetica. Ebbene, è proprio questo, questa doppia vocalità, quest’antitesi in eterno movimento, questa linea doppia che io vorrei esprimere col materiale che ho a disposizione, cioè con le parole, e ci lavoro disperatamente e non riesco. Ritento sempre daccapo, e se c’è qualcosa che conferisce tensione e densità al mio lavoro, è solo questo insistente sforzo per attingere l’impossibile, questa lotta furibonda per raggiungere l’irraggiungibile. Vorrei trovare un’espressione per la duplicità del mondo, vorrei scriverne capitoli e frasi in cui melodia e antimelodia apparissero contemporaneamente, in cui al molteplice si affiancasse sempre l’unitario, al faceto il serio. Per me, infatti, la vita consiste soltanto nel fluttuare fra due poli, nell’andare e venire tra i pilastri-base del mondo. Vorrei continuamente indicare, estasiato, la beata e multicolore  varietà dell’universo, e insieme ricordare che alla base di di questa varietà c’è un’unità; vorrei fare continuamente vedere che bello e brutto, chiaro e scuro, peccato e santità non sono che antitesi temporanee, le quali poi trapassano sempre l’una nell’altra. Le più alte parole dell’umanità, per me, sono quelle in cui tale duplicità viene magicamente espressa, quei pochi misteriosi detti e parabole in cui le grandi antitesi del cosmo vengono riconosciute, insieme, come necessità e come illusione. Il cinese Lao-Tsu ne ha formulati diversi, di quei detti, in cui i due poli dell’esistenza sembrano, nel bagliore di un attimo, venire in contatto fra loro. Lo stesso miracolo, operato con nobiltà, con semplicità, con calore ancora più grandi, si riscontra in molte parole di Gesù. Non so nulla di più commovente, al mondo, di questo: che una religione, una dottrina, una scuola spirituale raffini e rinsaldi sempre più, attraverso i millenni, la sua dottrina del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, che ponga sempre più alte esigenze di giustizia e di obbedienza per terminare poi, al suo culmine, col riconoscere magicamente che, dinanzi a Dio, novantanove giusti valgono meno di un peccatore nel momento in cui si converte!

Ma forse è un grande errore, anzi un peccato da parte mia, se credo di dover servire a diffondere queste supreme intuizioni. Forse la disgrazia del nostro mondo attuale è proprio il fatto che quest’altissima saggezza si vende in ogni dove, che ogni Chiesa di Stato, accanto alla fede nell’autorità costituita, nel denaro e nell’orgoglio nazionale, predica anche la fede in quel miracolo che è Gesù; che il Nuovo Testamento, un deposito della più preziosa e pericolosa saggezza, si può comprare in ogni bottega e che i missionari lo distribuiscono persino gratis. Certe visioni e intuizioni audaci, inaudite, persino terrificanti, che si trovano in più di un discorso di Gesù, bisognerebbe forse tenerle scrupolosamente nascoste, elevando intorno ad esse una barriera protettiva. Forse sarebbe bene, sarebbe desiderabile che un uomo, per venire a conoscere una di quelle potenti parole, dovesse sacrificare anni e anni e rischiare la sua stessa vita, come bisogna fare per certi sublimi valori dell’esistenza. Se è così (e in certi giorni lo credo proprio), l’ultimo scrittorello di romanzi ameni agisce in modo migliore e più giusto di colui che si sforza di esprimere l’eterno.

Questo è il mio dilemma, il mio problema. Se ne può parlare a lungo, ma è impossibile risolverlo. Non mi riuscirà mai di piegare l’uno verso l’altro i due poli dell’esistenza, di scrivere la melodia a due voci della vita. E tuttavia continuerò a obbedire all’oscuro comando che mi viene “di dentro”, e ritenterò sempre la prova. Perché è questa la molla che fa camminare il mio piccolo orologio.

Da La cura, di Hermann Hesse

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