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Una foto, una storia

30 settembre 2015

Rosa di memoria

Forse lei è nella rosa ripresa dalla mia fotocamera, macchia di colore intrappolata sulle mie retine. Senza un nome e senza gli anni che non ho chiesto di sapere.
Sotto il cielo di giugno, i ricordi di sua sorella si innestano sulla mia storia emotiva, in parole vive su una morte non morta. Le sento, e vedo la rosa della memoria.

Mi ha catturato un fiore rosa proteso al suo autunno, icona di una strana deviazione biologica. Morte-sopravvenuta-con-sogni-ancora-in-corso. Su un selciato polveroso privo di pietà per la tenerezza.
Un giorno qualsiasi del calendario, il fragore di un incidente ha fermato un orologio vitale che mai più ha salutato il sole.
Ma forse lei è nella rosa. Nell’incantevole bellezza muta. Nella bellezza che non decede.
Sua madre vede ancora il giorno. E cerne il buio delle notti. Dà linfa ai fiori del roseto. Apprendo che papà lo ha piantumato per lei.
Ora entrambi sono fuori dal tempo. Da qualche parte, nell’Universo, una voce immatura starà ancora descrivendo a chi le ha dato il seme il colore dei sogni dei ragazzi.
Io prego la mia preghiera senza dio. Forse lei è nella rosa della mia fotografia.

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  1. 25 ottobre 2015 15:10

    Leggendo poco fa “Di sera, un geranio”, di Pirandello, mi è tornata in mente la tua rosa. Lo condivido qui, ringraziandoti sempre per lo sguardo sensibile, attento e delicato:

    DI SERA, UN GERANIO

    S’è liberato nel sonno, non sa come: forse come quando s’affonda nell’acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giú.
    Dormiva, e non è piú nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell’aria della sua camera chiusa.
    Alienato dai sensi, ne serba piú che gli avvertimenti il ricordo, com’erano; non ancora lontani ma già staccati: là l’udito, dov’è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov’è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giú il pavimento col tappeto, e quell’uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s’indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull’occhio.
    Lui, quello! Uno che non è piú. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d’addormentarsi. Difatti poi, nel sonno…
    Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:
    – Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un’operazione così rischiosa?
    – Al punto in cui siamo, il rischio veramente…
    – Non è il rischio. Dico se c’è qualche speranza.
    – Ah, poca.
    – E allora… –
    La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.

    Ma dopo tutto, ora s’è liberato, e prova per quel suo corpo là, piú che antipatia, rancore. Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell’immagine come la cosa piú sua.
    Non era vero. Non è vero.
    Lui non era quel suo corpo; c’era anzi così poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s’agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza piú vedere se stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.
    Già, ma ora, senza piú il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d’addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza piú lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.
    Lui è ora quelle cose; non piú com’erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono piú niente per lui.
    E questo è morire.
    Il muro della villa. Ma come, n’è già fuori? La luna vi batte sopra; e giú è il giardino.
    La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.
    L’acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.
    Come chiara quest’acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta. E così esile il filo, così rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d’acqua già caduta è come un’eternità di oceano.
    A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite. E a fior d’acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell’acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca che s’ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di sparire ingojate, come se non fosse bello nuotar lievi e così bianche sul cupo verde vitreo dell’acqua. Ma se sono cadute! se sono così lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!
    Sparire.
    Sorpresa che si fa di mano in mano piú grande, infinita: l’illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c’erano; suoni, colori, non c’erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com’era. Quel verde… Ah come, all’alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde così fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l’umore della terra nera. Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un’erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz’aver piú nulla vicino; sì, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza piú tempo, nella tristezza infinita d’una così vana eternità.
    Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio…

    – Oh guarda giú, nel giardino, quel geranio rosso. Come s’accende! Perché?

    Di sera, qualche volta, nei giardini s’accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.

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