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“I bambini sono di tutti”, ma non tutti lo sanno

14 ottobre 2015

Foto M. Angela Pupillo

“I bambini sono di tutti”, ma non tutti lo sanno

Dopo la notizia di questi giorni relativa al Brasile, penso e ripenso all’infanzia trucidata, oggi al pari o anche più di ieri, in ogni parte del mondo.
Penso al mio sentire troppo ristretto per comprendere il mistero dell’annullamento precoce.
Brasile come Gaza, Siria, Africa… Bambini come spazzatura, bambini chokora, in africano.
Penso all’infanzia divenuta adulta per necessità, tra miseria e degrado.
Ma penso anche agli adulti rimasti patologicamente ancorati ad un’infanzia protettiva, nel bel mezzo del benessere.
Penso allo scrittore Antonio Castelli che affermava “I bambini sono di tutti”, ma non tutti lo sanno.
Nel nome di tutti i bambini a cui sto pensando, con e senza volto, racconto una storia…

La casa della signorina
La passione per i mobili antichi ad A. non l’aveva trasmessa nessuno. La sua infanzia era sbocciata nel periodo della stravaganza dei figli dei fiori, della tendenza indiscutibile per i pantaloni a zampa, gli ombelichi scoperti, le gonne succinte ed i tacchi spropositati delle donne, entro il quale dell’aggettivo “antico” poteva farsi solo un falò. Anni ’70. Anni di fanciullezza e di perlustrazioni mentali.
Suo padre era falegname, spesso lo chiamavano anche per le “rattelle”, ed A. si ritrovò più volte nella casa della signorina, come dentro ad una circostanza catapultata, a pochi passi dal paese, da un mondo datato rispetto a quello contestatario del suo primo lustro di vita, con gli arnesi di lavoro del papà artigiano, dietro il richiamo di una manutenzione. Ma forse lei, bambina, era di anima antica, come lo erano i contenuti del tempo tramontato, per cui, incredibilmente presto, si sarebbe scoperta cucita addosso una predilezione per il passato. Un finestra o una porta da “sbintari”, qualcosa da riprendere c’era sempre, d’estate, in quella casa col prospetto di un rosa ingrigito, che col caldo riprendeva a vivere dopo il letargo invernale.
La signorina era minuta ed anziana e possedeva i mobili verso cui gli occhi bambini di A., che avevano conosciuto appena le forme di fòrmica, erano decisamente vergini. Ma colori e forme le incedevano naturalmente verso il nervo ottico con la sua completa accondiscendenza, regalando al cervello il godimento puro di un gioco nuovo: l’osservazione. Che strano. Oltre il mondo delle bambole, alcune vetrinette contenenti qualche utensile d’epoca si erano messe ad attirare la sua indomabile curiosità.
Se glielo avesse confidato, i suoi coetanei non avrebbero capito, e come correre il rischio di uscire dal gruppo dei pari? Allora, senza socializzare la neonata attrazione, avrebbe edificato da sola le evocazioni fantastiche che la casa della signorina le aveva serbato, col suo passato inscritto in arredo e chincaglieria di gusto adulto.
In quella casa alitava la memoria, il cui odore polveroso i bimbi non conoscono. Da insuperabili maestri, gli anni avrebbero istruito a dovere il suo olfatto non refrattario.

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