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Come un bacio tra due pietre

31 ottobre 2015
Parto alla greca - Salvatore Rizzuti

Parto alla greca – Salvatore Rizzuti

Con dolore partorirai figli […] e trarrai cibo dalla terra (Genesi, 3).

Il dolore del parto e del lavoro deriva, nella nostra cultura, da una punizione divina. E’ lo stesso dolore, quindi, condito da un’inseparabile senso di colpa ancestrale, quello che ci consente di dare alla luce attraverso il travaglio e di lavorare faticosamente, nel nostro dialetto travagghiare, ma con la stessa radice anche in francese, spagnolo, portoghese (travailler, trabajar, trabalhar).

Travaglio deriva da uno strumento di tortura che si chiamava tripalium perché costituito da tre pali su cui veniva legato e frustato uno schiavo. Chi travaglia se l’è meritato: o è inferiore o colpevole.

Eppure… Ricordo, in quel bellissimo tempo che fu la gestazione, che incontrai, a una conferenza di Frédérick Leboyer, un ginecologo che, vedendo il mio pancione e il mio entusiasmo, mi disse: “Ma tu lo sai che il parto può provocare un orgasmo, vero? Non permettere che lo trasformino in dolore!!!!”. Imbarazzata e confusa, io, trent’anni fa, rimasi colpita e risposi che sì, “lo sapevo”. Non era vero: lo intuivo, ma non potevo parlarne perché non avevo ancora elaborato un pensiero su questo, talmente che dimenticai all’istante anche il nome di questa persona, con cui invece sarebbe stato e sarebbe interessante confrontarsi: non erano certo molti, a quel tempo, a Palermo, i ginecologi che seguivano Leboyer e avevano un modo alternativo di vedere.

194b

Parto alla greca – Salvatore Rizzuti (dettaglio)

Oggi mi torna in mente questo tema, a proposito del travaglio di lavoro. La nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, che quindi non credo che si possa interpretare come “sofferenza”, “schiavitù”, “costrizione”. Non posso pensare che abbiamo bisogno di lavoro per vivere né della chemioterapia per guarire o della sofferenza per gioire. C’è qualcosa che non va nel nostro modo di vedere le cose: e ripenso a quel ginecologo. Cosa voleva dire? Forse che il travaglio è naturale, come la malattia, come la sofferenza, come la vita stessa? Forse che si può nascere nel segno dell’accoglienza e non della separazione? Forse naturale lo è anche il lavoro, se lo si vive come un’occasione gioiosa e creativa di impegno consono alla propria natura? Forse sarebbe naturale aspettarsi dal lavoro e dal travaglio un compimento che genera benessere, soddisfazione e piacere?

E come? Come, se andiamo a partorire in ospedale, nel regno della “patologia”? Come, se lavoriamo tanto con compensi minimi? Come, se persino quando sposiamo con entusiasmo il nostro compito e lo portiamo avanti con piacere, senza voler nulla in cambio, senza accampar diritti né pretese perché non ne sentiamo il bisogno, talmente ci piace, veniamo ridimensionati, respinti, ignorati, misconosciuti, ricacciati indietro come i figli della Terra nelle sue viscere, all’inizio di tutto?

Forse si ha paura di star bene? Forse dare alla luce, che sia un figlio o la propria creatività, è un atto sovversivo, che insidia il potere?

A noi non interessa “potere”, però.

Per noi quello che conta è “essere capaci”, e contenere senza trattenere; lasciarsi attraversare, questo conta.

Dare alla luce la luce stessa, questo sì, restituirla, accenderla: come un bacio tra due pietre.

Rito della Luce 2010, Piramide 38° parallelo, Motta D'Affermo

Rito della Luce 2010, Piramide 38° parallelo, Motta D’Affermo

Loro, i potenti, che nella capacità vedono solo un’unità di misura, questo non lo comprenderanno mai. Che peccato.

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