Skip to content

Mi chiamo Shariyar

22 novembre 2015
12238413_10206782005062228_6384640119935851042_o

Un convegno sull’Allattamento ai Cantieri Culturali della Zisa, a Palermo, non è cosa da tutti i giorni. E che Convegno… guardate un po’ che titolo, se già non l’avete letto sul nostro blog: “ALLATTAMENTO in…GIUSTIZIA – Cultura e salute tra riconoscimento e oscuramento di un diritto”. Potete cliccare qui se volete saperne di più, io non ne scriverò se non a modo mio.

So bene come sono organizzati i convegni scientifici: il tempo è scandito dagli interventi dei relatori, che si susseguono l’uno dopo l’altro; a volte c’è la possibilità di un dibattito, a volte no. Ci sono personaggi del mondo scientifico, c’è molta serietà. Il tempo è quello che è: si corre, nonostante i programmi, e si fa sempre tardi lo stesso. I relatori leggono, o seguono delle slides da leggere anch’esse. Anche il pubblico legge le slides mentre le leggono i relatori, ed è abbastanza noioso e non si sa a che serve, ma sembra interessante. Gli sguardi dei presenti sono attenti e interessati. Se c’è qualche mamma o papà, sarebbe disdicevole che pensasse a cosa stanno facendo in quel momento i suoi bambini o bambine. Al limite, nel coffee break si fa una telefonata a casa: veloce, per carità, siamo al lavoro, e quando si è al lavoro non si è completamente se stessi. Si è solo quella parte di sé che sta lavorando.

Però non tutti stanno bene così. Ci sono quelli e quelle che invece sono interi sempre. Che sono mamme o papà anche ai convegni, o magari sono amanti, chi può dirlo, anche là, e pensano ad altro, per qualche minuto, eh, mica tanto, per carità, se no che convegno sarebbe. C’è chi ha fame e vorrebbe sgranocchiare qualcosa. C’è chi ancora, per esempio, allatta: al seno, beninteso, perché l’allattamento è solo al seno: basterebbe chiedere a un qualunque mammifero per esserne certi. Nessuna gatta, giraffa, ippopotama, penserebbe di allattare col biberon, ma questo è un altro discorso.

Il Gruppo Maternage Le Balate, ormai lo sapete, organizza spesso dei convegni a cui partecipano professionisti e professioniste che non escludono nessuna parte di sé. Se mentre un relatore parla c’è un bambino che corre o grida, nessuno ci fa caso; se hai voglia di sgranocchiare qualcosa, lo fai; se hai dei bambini che vuoi portare con te, puoi farlo, perché c’è chi si prende cura di loro impegnandoli in attività divertenti e intelligenti. Se è il momento di allattare, lo fai; se sei nonna o nonno, nessuno ti guarda come un alieno; puoi vestirti come ti pare, va bene se sei elegante ma anche se sei sgarrupato o sgarrupata, non importa se sei andata dal parrucchiere o no, insomma, sei come sei: puoi anche distrarti, nessuno si aspetta da te qualcosa.

Quello di domenica 15 novembre è stato un convegno interessantissimo, ma non è di questo che voglio scrivere qui, giacché in fondo io non sono più tanto interessata all’allattamento in sé e per sé: mi piace vedere cosa può evocare, cosa significa, cosa ci sta intorno, dietro, sotto, prima, dopo. E stavolta non me lo sono seguito tutto. Sono andata di pomeriggio, perché volevo vedere un film, Tigers, di cui scriveremo da qualche altra parte, e poi volevo ascoltare un racconto che avevo letto.

E’ una storia vera, raccolta da Franca Rame nel suo blog, la storia di una ragazzina che scopre un miracolo vero e proprio: perché esistono i miracoli, anche se la parola sembra ormai appartenere solo a un contesto religioso. Esiste un miracolo in particolare a cui molti ancora non credono: e cioè che, se per caso una donna che non ha mai avuto figli, o è molto giovane, o molto vecchia, non importa insomma a che punto della vita sia, se questa donna si trova in una particolare situazione in cui c’è un neonato che ha bisogno del suo latte, beh, il latte sgorga. Anche se quella donna non ci crede, perché non è qualcosa da credere o meno: è così e basta. Certo, ci vuole un’emergenza; non ci devono essere farmacie né supermercati nei paraggi; bisogna essere in una situazione in cui non puoi fare niente, ma puoi essere e sentire, e ti ritrovi un bimbo affamato e spaventato, e il tuo corpo si commuove, cioè si muove insieme a quello del bimbo, e gli risponde. Succede proprio così, che gli risponde col latte. La mente non c’entra. Rispondono il corpo e il cuore.

L’ho raccontato tante volte, e sempre vedo sui volti di chi ascolta sgomento e incredulità, invece è vero. Prima mi affannavo a cercare di documentare quello che dicevo con foto, link, questo e quello, ora no: lo dico e basta. E domenica scorsa volevo proprio ascoltare il racconto di una di queste storie.

12240866_10206782003742195_9116018347702337884_o

Beatrice Monroy

E’ stata Beatrice Monroy a leggerla. Lei è una donna particolare, un'”intellettuale”, si può dire, ma con una capacità di sentire non comune, trasversale, non è una donna mentale, è una scrittrice e sente le cose e le parole in un modo non comune. Appartiene a un mondo di gente che non puoi definire, perché non ha una vera appartenenza, eppure o anzi forse proprio per questo la senti affine. Ho anche cercato di fare amicizia con lei qualche volta, come facevo all’asilo con le bambine che mi erano simpatiche, ma non ci sono riuscita, forse perché le persone come lei e come me restano proprio come erano all’asilo, e non fanno amicizia o la fanno, ma non si sa mai perché.

12238413_10206782005062228_6384640119935851042_oNon l’ha veramente letta la storia, Beatrice, l’ha raccontata. L’ha raccontata mettendoci dentro tante cose: il sentire di una donna matura che si ricorda benissimo quando era ragazzina, nel senso che ricorda come sentiva il corpo e i suoi cambiamenti; il sentire di qualcuno che cammina per chilometri a piedi nudi sulla sabbia bollente per andare non si sa dove; il sentire la potenza del mare, e la fiducia, quella fiducia strana nella vita e nella morte; e tante e tante altre cose. Io l’avevo letto il racconto, ma è stato diverso ascoltarlo da una donna, da una di noi. Ascoltare e sentire il miracolo del sangue che diventa latte così come diventa passione o lacrime.

Mi è piaciuto sentire questo racconto così intenso di Beatrice – perché era suo in quel momento -, e mi dispiace non poterlo trasmettere con un video, ma tanto so bene che non sarebbe lo stesso. Bisognava essere là e guardarla per capire cosa voglio dire. 11224780_10206782310509864_8954088292504714254_o.jpgPerò la storia in sé è bellissima, e così la metto qui, se volete leggerla: Mi chiamo Shariyar, è una storia vera, ricordatelo. I miracoli esistono, e sono immanenti, eh. Succedono QUI. NEL. Non importa cosa c’è in questo “nel”.

E moltissime grazie a Beatrice Monroy! Il suo è stato un dono veramente impagabile…

Ringraziamo anche Antonio Orlando, autore delle foto che vedete in questo post.

No comments yet

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: