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Le ombre e noi

30 gennaio 2016

ombre_danzantiBen al di là di ciò che possiamo credere, quando ci confrontiamo con gli altri si attivano in noi delicatissime dinamiche che poco o nulla hanno a che fare con la così detta “realtà”. Nulla di ciò che accade è “oggettivo”: non appare allo sguardo, non è possibile toccarlo, annusarlo, non ha suono né gusto. Eppure è quello che davvero ci tocca, ci raggiunge nel profondo. Pur così invisibile, è la sola cosa che ci commuove, la sola che davvero ci attiva: un nulla, un’inconsistenza che forse ha la sola funzione di metterci in relazione con noi stessi.

Incontrare lo sguardo di qualcuno vuol dire, infatti, incontrare se stessi.

Si può andare a una conferenza, ad esempio, animati dal desiderio di imparare o scoprire qualcosa su un tema che ci interessa; ma poi, puntualmente, ci accorgiamo di avere – nostro malgrado – un’attenzione estrema, forse esasperata da qualcos’altro, uno squilibrio emozionale e sensoriale che fa sì che osserviamo su più e più canali, come se guardassimo simultaneamente più e più film su monitor differenti, senza poterne disattivare nessuno.

Basta uno sguardo, una parola, a determinare in noi talvolta un’improvvisa chiusura: e non possiamo farci niente, perché al di là dell’educazione e delle convenzioni che c’impongono un comportamento adeguato, tutto il nostro sistema di connessione si modifica, serrandosi fermamente. E mentre sorridiamo o diciamo cose da nulla, percepiamo che l’altra o l’altro a qualche livello percepiscono pure quella chiusura; e ce ne dispiacciamo magari,  ma se per avventura provassimo a modificare la nostra reazione diventeremmo artificiosi e affettati, e sarebbe peggio. Bisogna allora soltanto osservare e prendere atto.

Ad esempio, incontro un signore. Il suo viso mi è familiare, ma non ricordo se e dove l’ho già visto; oltre tutto non sono fisionomista, e spesso confondo i tratti o più che altro assimilo certe caratteristiche a modo mio, e quindi faccio confusione. Lui mi sorride, e quindi capisco che è vero, ci saremo già visti; e poiché il caso lo richiede, gli stringo la mano, e lui mi conferma che ci siamo incontrati in un’altra occasione, e mi dice quale. Non ricordo assolutamente nulla di lui in quell’occasione, ma in fondo non importa: scambiamo due parole e trovo gradevole la sensazione dell’incontro, perché è un uomo affascinante, un po’ avanti negli anni, con tutte quelle caratteristiche che mi fanno pensare che sia uno studioso, una persona sensibile e riflessiva. E queste caratteristiche attivano in me delle aspettative, ma non me ne rendo conto. Immagino cioè (lo capisco dopo) che sia una persona d’altri tempi, rassicurante, interessata ai contenuti profondi delle cose; lo metto, senza accorgermene, su un piedistallo. Sarà un umanista, un ricercatore d’anima; sarà certamente uno scrittore o un poeta, un creativo, uno che guarda l’oltre; uno insomma con cui fa piacere parlare. E forse lui pensa lo stesso di me, perché con discrezione e arguzia cerca di farmi sorridere. Noto che non sembra apprezzare i bambini, ma può essere solo un’impressione (campanello d’allarme?).

Insomma, questo è quello che accade su uno dei “monitor”, mentre ne sto osservando (e sto interagendo) con almeno altri sei, che qui vi risparmio.🙂

Al momento dei saluti, l’uomo “rassicurante” si avvicina a scambiare ancora qualche parola. C’è un cambiamento nella sua gestualità, nel modo d’essere: ora sembra ansioso, parla in fretta. Mi dice il suo nome e lo ripete più volte, mi chiede il mio ma non lo memorizza o non lo capisce e sono costretta a ripeterlo più volte. Mi dà il suo numero telefonico, e l’ultima cosa che mi dice mentre vado via è “aspetto allora una sua chiamata”.

Se gli uomini sapessero, mi dico andandomene, quanto penosi sanno essere a volte, e miserevoli, nel loro modo di fare.

Ma poi ci ripenso. Mi fermo, mi soffermo, e osservo dentro di me. Se non l’avessi vestito da ricercatore d’anima, quell’uomo non lo avrei mai notato: non gli avrei stretto la mano né gli avrei sorriso, non mi sarei accorta che c’era. Quegli abiti da “studioso” erano miei, e miei gli occhi con cui l’ho guardato. Io ho caricato su di lui delle aspettative da vecchio saggio che lui non manifestava in alcun modo, perché non basta avere una certa età e un’aria gentile per esserlo. Io ho preferito vederlo per come volevo che fosse piuttosto che com’era: probabilmente un uomo solo e basta. Io ho costruito un personaggio inesistente e poi mi sono rammaricata e me la sono presa col mondo intero perché non esisteva.

Quante volte accade questo? Quando mai guardiamo gli altri per come sono?

E siccome forse non è mai possibile farlo, allora mi chiedo: quante volte ci guardiamo noi per come realmente siamo, invece di creare e distruggere ombre che danzano?

 

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