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Costellazioni familiari e utero in affitto

1 marzo 2016
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Si parla tanto in questi giorni di utero in affitto: una brutta immagine del tutto impropria, perché l’utero non è una casa né una macchina e nemmeno un costume di scena. L’utero non è una parte del corpo, ma è l’intera donna, così come un occhio o una mano o il cuore o il fegato. Il corpo è un’unità: e ce lo dimostrano – se mai ce ne fosse bisogno – le malattie, che, a una lettura non superficiale, esprimono tutto il nostro malessere, anche quello che non avremmo voluto riconoscere, quello su cui avremmo preferito glissare, e che proprio per questo si è reso visibile “facendoci male” da qualche parte. Ognuno di noi è un’unità: e da questo nasce la parola in-dividuo, che vuol dire che non può essere diviso.

Né da se stesso, né dall’Uni-verso, può essere diviso, l’individuo.

Quando comincia una gravidanza, perciò, non è solo l’utero quello interessato, ma la donna in cui si trova quell’utero; e non solo nel corpo, che si modifica accompagnando la crescita e i bisogni del feto, ma anche nelle componenti affettive, emotive, psichiche, spirituali – insomma nell’intero modo d’essere di quella donna. Quando una donna vive una gravidanza, la vive con tutta se stessa: è il suo essere a trasformarsi, e non sarà mai più come prima. Anche se nel corpo quella donna tornasse perfettamente “in forma” – per dir così -, qualcosa in lei sarebbe cambiato per sempre.

Invece una casa in affitto, dopo che se ne vanno i locatari, si svuota e torna come prima.

Mentre pago la pigione, la casa che abito “è mia”: posso arredarla come voglio, ma non trasformarla strutturalmente. Ma se la casa è una donna, le cose cambiano: quella che firma un contratto di affitto dell’utero non è la stessa che partorisce, perché il bambino o la bambina che ha portato in grembo l’hanno resa madre. Già il seme che l’ha fecondata l’ha resa diversa – anche quando non c’è stato amore -, ma il poter generare un altro essere umano, questo trasforma completamente, su tutti i piani dell’essere.

Nel lavoro decennale con le costellazioni familiari di Hellinger, ho potuto percepire con chiarezza quello che a parole non potrebbe essere detto, non dovrebbe, perché è un vissuto esperienziale, ma che proverò ugualmente a dire. Nel momento in cui veniamo al mondo, portiamo dentro di noi la nostra storia familiare: quella di nostra madre, dei suoi genitori, dei genitori dei suoi genitori, quella di nostro padre, dei suoi genitori, dei genitori dei suoi genitori, e via dicendo, all’indietro nel tempo. Ogni bambino che nasce porta in sé l’ultimo capo di quel filo che da tempo immemorabile attraversa, come un’infinita collana di perle, i componenti della sua famiglia. E per famiglia, badiamo bene, si intendono tutte le persone che hanno avuto un posto importante: anche quelle mai conosciute, quelle lontane nel tempo, quelle morte anzitempo, i compagni o compagne importanti ma precedenti all’unione da cui siamo nati: tutti sono là, attraversati da quella corrente di vita che arriva fino a noi, e di cui siamo a nostra volta portatori. Tutte queste persone hanno il loro posto nella nostra costellazione familiare, proprio come le stelle di una galassia. E tutte influenzano il nostro modo di agire e rifiutano di lasciarci liberi finché non le riconosciamo.

Questo accade anche se alla nascita siamo separati da nostra madre, anche se non arriviamo mai a conoscerla, anche se veniamo accolti amorevolmente da un’altra famiglia. Rimaniamo portatori di quella vita che arriva da lontano, e non serve ignorarlo.

Perciò questa pratica dell’utero in affitto, lo dico, mi sembra molto destabilizzante, molto pericolosa – a meno che non la si viva come il nucleo di un cambiamento profondo. Se non si mercifica il corpo della madre né quello del bambino, se si scopre che è possibile vivere anche in famiglie diverse da quelle che finora sono state considerate tali, accogliendo tutti i membri di queste famiglie, se si fa tutto questo badando alla sostanza e non al genere, se ci si può consentire di riconoscere chi ci ha preceduto, riconoscere che attraverso lui, lei, loro, la vita è arrivata fino a noi, come un filo ininterrotto; se si può manifestar loro gratitudine per questo, per il dono della vita – comunque sia, questa vita -, allora si potrà forse “realizzare” un nuovo essere nel mondo, figli del mondo.

Se non faremo questo, vivremo ancora come marionette di cui non si sa chi muove i fili, qualunque sia il nostro genere.

One Comment leave one →
  1. Mariella Pozzi permalink
    6 marzo 2016 10:07

    Concordo con quanto scrivete: l’utero non è e non deve essere considerato oggetto di mercato. occorre affrontare in modo più consapevole l’argomento

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