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Buon viaggio, Biblioteca delle Balate!

22 marzo 2016

escher-uccelli1Quando siamo arrivate alle Balate, io e Monica, molti anni fa, la Biblioteca stava nascendo. Qualcos’altro, un’associazione, era appena morta, e forse per questo il fermento della germinalità e della rinascita era più vivo e prendeva al cuore e alle viscere.

Chi arrivava in Biblioteca aveva sempre un sogno da realizzare: e il luogo, che un tempo era stato una Chiesa, sembrava accoglierli tutti. Sotto la Biblioteca scorreva l’acqua prigioniera della città, l’acqua dei fiumi che ormai da tanto tempo non possono più scorrere liberi, e quell’acqua accendeva la voglia di sgorgare, venire e dare alla luce, fecondare, rispecchiare il cielo, dissetare. Dissetare, sì, perché ai nostri occhi c’era tanta gente intorno che aveva sete, sete di bellezza, di conoscenza, ma di una conoscenza non fine a se stessa. Non sapere per sapere, ma per poter scegliere che cosa si vuole, che cosa fare, chi essere, se andare di qua o di là o nelle mille vie in mezzo; scegliere di essere cittadine e cittadini, di far sentire la propria voce, di dire sì o no a ragion veduta. Scegliere di essere. E negli occhi grandi dei bambini del quartiere ci sembrava di dover portare alla luce quella sete e coltivarla anche, perché potessero poi andare a cercare la loro acqua, piovana o di sorgente.

La forza delle Donne era là, tutta intera, perché quasi tutte donne erano, in Biblioteca; più o meno giovani ma tutte diverse e tutte indomite, forti, ricche di risorse. E soprattutto accoglienti. Che potevi fare o non fare, potevi sbagliare, potevi dire o non dire e non aveva importanza, perché la sola cosa importante eri tu, per com’eri in ogni momento. E quell’accoglierti così com’eri ti faceva sentire al posto giusto non solo in Biblioteca ma dentro di te perché era la stessa cosa, essere in Biblioteca o dentro di te, e quindi potevi anche realizzare quello che sognavi, se aveva la forza di mantenersi vivo al risveglio e non si polverizzava come un tempo si erano polverizzati all’aria i resti degli Algozirii sepolti nella cripta.

I sogni forti così diventavano progetti, e la polverina di quelli meno forti ci si depositava sulle ali, colorata, come quella sulle ali delle farfalle, che si dice che non possono volar senza. E spiegando timidamente quelle ali che nemmeno avevamo mai saputo di avere, ci rispecchiavamo negli occhi dei bambini e delle bambine, quelle bambine che anche noi un tempo eravamo state; e non ci accorgevamo che, anche se veramente animate dalle migliori intenzioni, stavamo ancora cercando noi stesse, in quegli occhi di bimbi e di bimbe; e che nella loro riottosità, in quell’affetto a volte rude ma commovente, c’erano molte e molte cose mai viste prima, cose che scorrevano sotto le Balate, prigioniere come l’acqua dei fiumi, e che potevano venire alla luce solo quando pioveva a dirotto, mescolando acqua pulita e acqua sporca, tra le iridescenze dell’olio di macchina nelle pozzanghere, quasi per non farsi vedere troppo “estranee”. Noi ci sentivamo, attraverso la Biblioteca, prima noi stesse e poi la Città; e anzi la Città eravamo noi, e potevamo salire sul carro del Festino, persino, portandoci noi stesse e la Biblioteca nello stesso tempo – perché altrimenti, da individui, ma neanche per sogno ci saremmo salite, su quel Carro, persino ridicolo ci sarebbe sembrato. Invece così noi avevamo una cittadinanza, noi potevamo essere il cambiamento. Potevamo invitare in Biblioteca le Madri e le donne che stavano per diventarlo, perché in loro, nel loro grembo, stava crescendo un cambiamento, oltre che un bambino. Potevamo parlare di allattamento spiegando che il latte è una risorsa non solo del corpo ma anche dell’anima, che il latte è poesia, musica, arte, Rito della Luce, capacità di creare, di trasformare, di essere nel modo giusto in ogni momento della giornata per come sentiamo di essere, per come siamo. Potevamo parlare di ferite e consentire le lacrime altrui e accoglierle, perché erano anche le nostre, e perché quei fiumi sotterranei sono sì di acqua dolce, ma anche il mare c’è dentro, perché là vanno a finire, e da qualche parte si mescolano un poco.

Insomma un poco onnipotenti eravamo, perché a un certo punto abbiamo scambiato le cose, e ci siamo identificate nel luogo. Ci siamo spostate dal Centro, dal nostro centro.

Ce ne siamo accorte quando uno strano vento ha spazzato via un po’ di polverina dalle nostre ali di farfalla. I sogni fragili e gli Algozirii sono stati violati, un pezzetto di ala è rimasto glabro, nudo, incolore. Che era successo?

Niente, è successo il giusto. Che il Centro non è uno solo, fisso è immutabile, uno a cui far riferimento sempre, no, non è così; ogni punto è un centro, ogni cuore lo è, e a partire da quel punto che è dentro si può arrivare fuori, e qualche volta si può fare al contrario, ma dentro e fuori non sono la stessa cosa: non lo sono.

E’ successo che c’è un sogno ancora più grande di quelli che rincorrevamo: è il Sogno dei sogni. Quello che sta prima e dietro e sotto tutti i sogni, senza cui non si realizza niente. Quello fondamentale, che è di riconoscerci in ciò che siamo e non in ciò che facciamo. Quello che ci consente di lasciare andare le cose quando finiscono.

Quello che ci fa sentire che quando le cose finiscono è perché sono compiute, e se si sono compiute vuol dire che è finito qualcosa, e se è finito qualcosa vuol dire che comincerà qualcos’altro, proprio come quando abbiamo cominciato.

Ora però dobbiamo fare una cosa importante: sapere che quello che abbiamo vissuto era vero, perché così è. Era tutto vero. Siamo cambiate noi, tutte noi nel frattempo. Da piccola guardavo il tavolo come il tetto di una casa, mi piaceva; talmente che poi, quando sono diventata madre, ho lasciato che i miei figli ci disegnassero sopra: che disegnassero sul sotto del tavolo. Perciò oggi, che guardo i tavoli dall’alto, so già come sono sotto; e so che anche quando sono lisci come quello della cucina, sotto sono sempre più grezzi, e là si può disegnare con la matita o anche dipingere, perché il colore rimane, non occorre pulire col panno umido e nemmeno portar via le briciole. Ma io sono la stessa di prima – anche se sono cambiata. Si può cambiare restando gli stessi e non è una contraddizione.

Perciò io oggi posso lasciare la Biblioteca, chiudermi la porta alle spalle… e forse leggere le strade, forse raccontare quelle. Vedere in che cosa oggi mi rispecchio, quali occhi possono attivarmi, quali sguardi. Potrebbero essere gli sguardi delle foglie dei rari alberi che comunque ci sono: foglie e non più fogli. Potrebbero essere i tendoni colorati del mercato, o la pelle misteriosa degli stranieri, quella pelle così liscia. Potrebbe essere il cielo o anche niente.

Potrei imparare a leggere cosa c’è scritto nel vuoto, leggere il silenzio.

E tutto questo l’avrei imparato in Biblioteca. Perché le Balate non sono solo pietre e nemmeno solo farfalle: le Balate sono donne, come ha detto oggi Marika. Non donne di pietra, ma d’acqua, donne che scorrono verso il mare.

Perciò il mio cammino è stato buono e rimane tale.

E continua: sulle nostre ali ora c’è anche la polverina delle Balate, e nelle nostre acque dolci c’è già il sapore del mare.

Samina Daniela Thomas

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