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I pianeti, le stelle fisse e la sana libertà di sbagliare

3 aprile 2016

woodcutQuand’ero piccola ho ricevuto dai miei genitori un insegnamento nefasto: NON DEVI SBAGLIARE.

Sbagliare significava non fare bene le cose, e quindi per esempio romperle accidentalmente, o non avere a scuola il voto più alto, o non comportarsi “bene”, non essere mai “cattiva”, e quindi non gridare, non dire mai di no neanche in casi estremi, mangiare anche quello che non ti piace, non avere paura del buio neanche se ce l’hai, non dire quello che pensi se non è in linea con quello che pensano gli altri, ecc.

Una delle “applicazioni” di tutto questo, quella “decisiva” per decretare la mia insicurezza e costringermi a lavorarci per sempre, fu quella della correzione delle bozze. Mio padre mi insegnò come si fa, come si guarda la pagina di traverso per individuare l’errore – e l’errore in quel caso era più nocivo di uno scarafaggio, più schifoso di un topo in frigo: non doveva esserci MAI, perché se c’era c’era una COLPA, e quella COLPA era TUA.

Ora, si capisce bene che è pressoché impossibile che all’interno di un libro non ci sia neanche un errore. Mio padre faceva parte della generazione che componeva manualmente i caratteri, quelli di piombo, e quindi in effetti poteva essere meno facile sbagliare, perché per comporre una parola ci mettevi un certo tempo; oggi invece si scrive velocemente e ci sono anche delle correzioni automatiche che inducono a sbagliare più facilmente; rileggendo, poi, ci si accorge che non sempre si mantiene altissimo il livello dell’attenzione, oppure, al contrario, si viene talmente rapiti dal testo che non ci si accorge del “refuso”, perché a volte privilegiamo il senso di ciò che stiamo leggendo. A tutto ciò si aggiunge il fatto che la nostra lingua è ben complessa, e nessuno, nemmeno il più colto dei colti, può dichiarare di conoscerla perfettamente.

Può succedere, quindi, a tutti di sbagliare: a tutti. Chi si propone di non sbagliare mai diventa tremendamente insicuro e sbaglia di più; perde la fiducia in se stesso e non osa mai essere com’è. Per questo, dalla reazione di fronte a un errore commesso oppure di fronte a un errore che ci viene attribuito, possiamo capire molto di noi stessi – e degli altri.

Ci possiamo permettere di sbagliare? Possiamo ammettere un errore? O lo sentiamo come una macchia indelebile, un qualcosa di infamante, un topo in frigo?

Ricordo uno spot televisivo che mi angosciava da piccola: una donna riceveva un’ispezione da parte di alcuni che dovevano stabilire se la sua casa era davvero pulita o no. Si vedevano questi ispettori esaminare ogni angolo, ogni andito, e tutto era perfettamente pulito. Ma quando arrivavano in cucina e si dirigevano verso il forno, lei ci si metteva davanti gridando disperata “no! il forno no, vi prego!”. Si trattava, naturalmente, della pubblicità di uno spray per pulire il forno, che notoriamente è difficilissimo da sgrassare. Ma io, vedendo quella donna parata davanti al forno, ogni volta trattenevo a stento il pianto, perché trovavo umiliante quell’ispezione, la trovavo ingiusta. Io mi rivedevo in lei.

Invece, ecco qui l’etimologia che salva, quella di “pianeta”, che deriva dal verbo greco planaomai, che vuol dire “io erro”: erro nel cielo, ma anche sbaglio.
Un pianeta si muove errando – è “vagabondo”, dicevano i Greci -, e in quel percorso errante si differenzia, per loro, dalle “stelle fisse”, sempre immobili e uguali a se stesse. I pianeti, ai loro occhi, mutavano sempre posizione e velocità, e perciò non si capiva bene quale fosse il loro percorso. Errare non era sinonimo di sbagliare: significava differenziarsi dalle stelle fisse.
Solo dopo molto tempo si comprese che non esistevano stelle fisse, e “l’errare” era comune… Ma ancora oggi la scienza è in continua evoluzione, non siamo mica arrivati a una meta: o meglio lo crediamo, di esserci, ad ogni nuova scoperta scientifica, salvo poi smentirci al passo successivo. Siamo noi i pianeti, quelli che errando cercano la verità. Quindi possiamo sentirci felici dei nostri errori, che ci mostrano che ci stiamo muovendo e non siamo stupide stelle fisse, inchiodate, appese per sempre, che non si muovono in un cielo forse ideale ma certamente finto.

Ci salva, l’etimologia, perché etimo vuol dire “vero”.

Ci salva perché ci dice che la verità è nascosta nelle parole che usiamo, tutte, giuste e sbagliate.

Ci salva perché ci mostra cosa c’è sotto, dietro, prima: e alla fine ci consente sempre di sorridere, di noi, degli altri, di ogni giudizio insindacabile, di ogni verità immutabile, di ogni topo nascosto nel forno o nel frigo.🙂b21a762277fccdb99be059e407d8af18

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