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Le Madri, le Figlie, gli occhi di dentro

5 aprile 2016
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“Persefone”, opera di Salvatore Rizzuti. Persefone in questa immagine appare come una fanciulla, ma in realtà il suo vero nome è Kore, che vuol dire “pupilla”. Lei era infatti una con sua madre Demetra, ne era la pupilla, lo sguardo. Dipendeva da chi la guardava che fosse fanciulla, sposa oppure Dea Madre. Qui Kore/Persefone ha chiuso gli occhi, per guardarsi da sé.

“Siamo rimaste senza madri”, mi ha detto ieri un’amica, spalancandomi un mondo.

Ho capito che basta “diventare grandi” e si diventa, per gli altri, per la visione collettiva, “madri”. Ma per sé, per il proprio vissuto, com’è? Come ci si sente da dentro? E’ l’età, è il genere che fa essere madre di tutti? Si può essere per gli altri e non per sé?

E mi guardo intorno. Vedo quelle donne che anch’io ho considerato “madri”, perché da loro ho mutuato un modello, un’esperienza. Vedo certi uomini, anche, che mi hanno dato quest’esempio di “madre” pur non essendo né madri né donne. Ero io che vedevo, pensavo, sentivo queste persone madri. Io che le ho investite di questo compito, di questo ruolo, e cosa vuol dire? Non che loro lo erano, ma che io mi sentivo figlia, forse anche orfana, e cercavo modelli rassicuranti da imitare.

Al contrario, come mi sentivo io nei confronti di quelle persone che mi consideravano madre? Io mi sentivo sorella. L’altro giorno una persona mi ha detto “ti parlo come una figlia a una madre…”, e io ho pensato: una figlia? ma se ci leviamo dieci anni com’è che mi parla come una figlia? E’ un modo di dire? Io non mi sento madre che dei miei figli, è sbagliato?

Non rispondendo al ruolo che qualcuno mi attribuisce io tradisco un’immagine? O, al contrario, comportandomi secondo quello che sento, trasmetto un’immagine a tutto tondo di me stessa, più veritiera, con tutte le sfaccettature che si possono immaginare in una donna prima che in una madre? Perché non si può essere madri senza essere donne, io credo, a meno che non si voglia diventare streghe stritolanti.

Mi viene in mente una mia cara amica, Caterina, che ora non c’è più.
Quando l’ho conosciuta, lei aveva circa 75 anni ed io 40. Era una persona anziana del tempo che fu, Caterina: i capelli bianchi corti, gli occhiali tipici, però… però in lei io vedevo una ragazza, con tutte le sue fragilità, le insicurezze, la pudicizia, la civetteria talvolta. E quando arrivava con la sua camicia gialla o celeste o rossa e i bei gilet colorati che annunciavano le belle giornate, o le borse indiane ricamate, io le sue rughe non le vedevo più, perché la vedevo dentro. Era madre, sì, ma non per me: anzi, a un certo punto, facemmo un gioco tutto nostro in cui lei per gioco mi chiamava mamma e io figlia Caterina. Questa figlia Caterina a volte mi raccontava di sentirsi come un foglio di carta che cade piano dalla finestra di un palazzo, volteggiando: e io non l’abbracciavo perché non amava l’intimità o forse temeva di non poter trattenere le lacrime, ma sono sicura che lei lo sentiva che l’abbracciavo lo stesso.
Ebbene, in quel caso, anche se la chiamavo figlia, io non mi sentivo madre: mi sentivo ed ero una sua amica, di quelle vere, di quelle che non sai veramente com’è che vi siete incontrate e perché e che cosa alla fine veramente vi unisce al di là di un semplice sguardo, uno solo, il primo, quello che permette di riconoscersi una volta per tutte e poi ci si può anche non vedere mai più.
Non era madre, non era figlia, era lei: ed io non mi aspettavo niente, non le chiedevo niente, non volevo che fosse in nessun altro modo che com’era: era come era, e se a volte qualcosa che diceva o faceva non mi piaceva, beh non cambiava nulla.
Per me era bello, e anche per lei. Eravamo libere in questo rapporto, libere anche dagli stereotipi.

Ora, certo, esistono gli archetipi. Ma arriva un momento che bisogna guardare le cose con i propri occhi, riconoscendoli, gli archetipi, ma non essendone diretti e plasmati. Se io sento una persona “madre”, è a me figlia che devo guardare, al mio bisogno. Se la sento “figlia”, dovrei interrogarmi su quanto quella persona voglia esserlo e quanto non sia io che invece voglio esserle madre. E così per tutto, io credo.

Se qualcuno si sente deluso per qualcosa che io ho fatto – in buona fede – non riguarda me, ma le aspettative che quella persona aveva su di me.

Se io mi sento delusa per qualcosa che una persona da me idealizzata fa, se penso che “non me l’aspettavo”, è su di me che devo lavorare: chi e che cosa rappresenta per me quella persona? Perché non la lascio libera di essere com’è? Le voglio bene così com’è o come vorrei che fosse?

Ecco, questo secondo me bisognerebbe chiedersi. E non resteremmo mai più senza madri, perché le madri e le figlie sempre noi siamo.

Diceva Jung: “Ogni donna contiene dentro di sé la propria madre e la propria figlia”.
Ogni donna, anche senza aver conosciuto la propria madre e senza aver mai avuto nessuna figlia.

 

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  1. Pozzi Mariella permalink
    9 aprile 2016 12:07

    Condivido pienamente… Siamo madri e figlie di noi stesse, innanzitutto. Ho ben chiaro d’,aver voluto la coesistenza,in me, di 2 persone: La bambina che esprime tutta la sua vitalità,la sua curiosità esistenziale, la sua sensualità e la pur indispensabile adulta che con la prima si confronta mettendo in campo la razionalità e l’esperienza. Solo così possiamo guardare davvero , ascoltare davvero gli altri.. Solo così,così, amando noi stessi, siamo capaci d’amare anche gli altri

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