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Rito della Luce: perché partecipare?

5 aprile 2016

11174264_10203201206945654_8680783461889271557_oAbbiamo scritto tanto sul Rito della Luce, qui ci sono alcuni post: Il Rito della Luce dal 2010 ad oggi, ma oggi vorremmo provare a spiegare perché gli Artisti partecipano al Rito.

Non è facile da dire, ma possiamo provarci.

Partecipare al Rito della Luce vuol dire, già molti mesi prima, pensare che ci si potrebbe essere.

Vuol dire idealizzare quel momento, credere che si sarà visibili, protagonisti, in una bella vetrina, dato che il Parco della Fiumara d’Arte è al centro dell’attenzione dei media.

Vuol dire che si sarà notati, e che le proprie foto, le immagini, i video faranno il giro del mondo.

ulSu questi pensieri ed altri simili l’ego si gonfierà a dismisura, e si riempirà di sé. Si faranno delle visite alla Piramide, si rimarrà colpiti dalla straordinaria Bellezza del luogo, dalle mille possibilità che offre, dalla luce del cielo, del mare, dalle isole lontane, appena velate dalla foschia, immobili e silenziose come animali dormienti, e ci si inorgoglirà ancora di più.

Si incontrerà Antonio Presti, e lui racconterà che cos’è per lui la Bellezza e perché continua ad esserle devoto, ormai da quasi quarant’anni; lui parlerà dell’Etica e dei suoi sogni, molti dei quali sono stati già realizzati, mentre altri ancora rimangono invisibili ai più, ma ci sono, nascosti, urgenti, frementi proprio sotto i nostri piedi, insieme alle pietre che spuntano qua e là come uova o semi giganti.

Allora si deciderà di partecipare, e si arriverà all’Atelier sul mare con la propria valigia di sogni: sarà quello il momento più terribile, quello in cui ci si accorgerà che la valigia è inutile. Che tutto quello che c’è dentro è inutile, perché all’Atelier non si sogna, si agisce. Là si lavora, e si lavora duro, e quello che si fa è poiein, cioè la radice della poesia.

Nulla è più difficile che fare la radice della poesia.

34374_1251948953495_8311199_nSignifica costruire cose difficilissime e poi distruggerle perché non erano quelle giuste.
Portare l’acqua sulla collina e cercare di non farla andar via.
Scegliere le pietre ad una ad una.
Andare a cercare le cose più strane, anche quelle che non esistono.
Fare buchi dove non si possono fare assolutamente, ma riuscirci.
Snodare chilometri di tulle bianco e poi riannodarlo e snodarlo e riannodarlo.
Dipingere una marea di trucioli e poi vedere che non vanno bene.
Disegnare un mandala bianco su bianco e scoprire che non va quando sei ormai alle porte del Rito, tutto ustionato dal sole e stanco morto, ma rifarlo comunque.

Significa avere a che fare con le proprie emozioni, con l’orgoglio, con la rabbia. Significa potersi consentire di essere umili, riconoscere che se si scopre di essere umili ci si sente più leggeri.IMG_6344

10698562_10206980793427160_1035455556932106820_nSignifica vivere completamente fuori dal “sistema”, in quella che si chiama “utopia”, che, come scrive Antonio sul pavimento dell’Atelier, “non è qualcosa che non si può realizzare, ma è ciò che il sistema non vuole che si realizzi”.

Perché quando, all’Atelier, si bruciano le valigie dei sogni e l’ego e quello che si crede di essere e di valere e di volere e di potere e si agisce solo per la Poesia, il fare creativo che là si manifesta, allora vien fuori davvero l’Artista, l’Artefice – che sia un Poeta o un Musicista o un Pittore o uno Scultore o un Danzatore o un Bambino – sì un Bambino, o una Bambina.
Vien fuori quell’essere umano che siamo davvero, unico perché lo è e non perché crede di esserlo.

E’ terribile andare a lavorare all’Atelier per il Rito della Luce: è una grande, grandissima prova, un incontro con se stessi, con le proprie parti più profonde, difficili, resistenti. Ma se ci si riesce, allora…

Allora accade qualcosa, dentro. Qualcosa che non si può descrivere, perché a ognuno accade qualcosa di diverso. Venite, e vedrete. Vedrete la radice della poesia.968898_4412190157550_952581075_n

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