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I padri di oggi, quelli che scegliamo

8 giugno 2016

colazioneHo appena finito di leggere, contemporaneamente, “Notti in bianco, baci a colazione”, di Matteo Bussola, Einaudi, e “Non avrete il mio odio”, di Antoine Leiris, Corbaccio.non-avrete-il-mio-odio

Mi capita spesso di leggere insieme due o più libri: è bello come incontrare persone ed entrare in storie sguardi pensieri cuori diversi. È come vedere il mondo con un drone, per dir così. Noi, che non siamo uccelli né insetti né pesci né altro che umani, abbiamo gli occhi solo da un lato: uno accanto all’altro, sul viso. Possiamo vedere solo così: magari un po’ a rilievo, in profondità; ma da un solo punto di vista, e una cosa per volta. Non siamo come una mosca, piena di occhi in tutte le direzioni. E nemmeno come un pesce o un uccello, che mentre guardano una cosa ne stanno vedendo anche un’altra: no. E nemmeno possiamo vedere dall’alto, a meno che non lo vogliamo.

Leggere due o più libri insieme è attivare in noi due o più sguardi dfferenti nello stesso momento.

E così è stato per me, in questo caso.

Autori e protagonisti di queste due storie vere, storie del quotidiano, due uomini giovani e padri.

Matteo racconta le sue giornate da padre di Melania, Ginevra, Virginia; e sotto, sopra, dentro, intorno, prima, dopo, mentre, c’è  Paola; Antoine racconta le sue giornate di padre di Melvil dopo l’attentato al Bataclan di Parigi: solo pochi giorni, ma sotto, sopra, dentro, intorno, prima, dopo, mentre, c’è Hélène.

Paola c’è anche quando non c’è, nel libro di Matteo Bussola. Hélène, pure, nel libro di Antoine Leiris.

Paola parte e poi ritorna, come la luce del giorno; Hélène è partita per sempre, ma quell’assenza non è vuota: rimanda a lei, è come la cavità di un seme che contiene la nuova quotidianità di Antoine e Melvil.

Entrambi, Matteo e Antoine, sono giovani, sono padri, e padri oggi. Che si possono permettere di essere fragili, e sono forti per questo, molto più forti dei padri di un tempo che non potevano piangere e nemmeno commuoversi mai. Che dicono le cose come sono, ma non nel senso che le dicono crudamente: le dicono sentendole insieme a chi ascolta. Che non si vergognano né della gioia che provano, né del dolore. E nemmeno della tenerezza, si vergognano. Che non sempre hanno risposte, perché non sono perfetti. Che sono come le madri, con tutto quello che questo significa. Che imparano a vivere le cose mentre le cose accadono e non secondo criteri rigidi prestabiliti, perché sono semplicemente umani. Che hanno un solo grande desiderio, quello che gli altri – i figli, le figlie – possano essere come sono, perché anche loro lo scelgono, un momento dopo l’altro, anche se è difficile. Che sanno guardare le cose da dentro e non solo da fuori. Che invece di giudicare gli altri si mettono in discussione.

Sono questi i padri di oggi, sono uomini che le donne hanno scelto bene come compagni  e di cui i figli e le figlie possono sentirsi veramente orgogliosi, perché sono pieni di vita e d’amore.

Scriveva Gandhi: “Resto un ottimista, non perché posso dimostrare che il bene sta trionfando, ma perché ho una fede incrollabile che il bene alla fine deve trionfare”.

Così è.

E mi piace poter leggere  i titoli di questi due libri in sequenza, così, come se insieme fossero un manifesto di ciò che accade, perché la mia non è una recensione, ma una condivisione:

Non avrete il mio odio

ma

Notti in bianco, baci a colazione.

 

 

 

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