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Rito della Luce 2016: il Racconto – di Giulia Lo Porto

27 giugno 2016

Rito della luce 2016

Giulia Lo Porto ha seguito la nascita del Rito della Luce di questo Solstizio d’Estate del 2016, il settimo. L’ha seguita da vicino sin da quando era ancora un sogno, è venuta alla Piramide e ha osservato il tempo alacre della preparazione.

L’ha osservato con il suo sguardo attento e dolce, quello sguardo che non perde nulla e sente.

Poi si è seduta in disparte su una pietra – alle sue spalle il sole si preparava a tramontare, e ha scritto della vigilia del Rito:

La vigilia è un tempo operoso di attesa. Lo spazio nel quale il presente e il futuro si sfiorano appena, come un tessuto di tulle mosso dal vento fende l’aria in cerca di posa. Non si prepara il Rito della Luce, ci si prepara al Rito della Luce, facendo. E questo fare è dia-logos: è con la Piramide che si parla, è con se stessi che si entra in contatto. Alla Piramide si cammina intorno adornandola come una sposa e girandole intorno si intesse la trama della festa. Attraversando il tunnel che conduce al centro del suo ventre di terra e sassi si perde la vista e l’orientamento. Resta solo la voce. La nostra. L’eco accompagna il cammino fino alle viscere della Piramide e man mano che si avanza il silenzio emerge. Non è domani che avverrà il compimento, domani sarà l’inizio di una stagione nuova, il tempo di veder fruttificare i semi che gli artisti, gli operai e i visionari hanno sparso generosi nell’animo di coloro che vorranno salire fin qui, a toccar la luce.

Ieri è arrivato il tempo del Rito vero e proprio, e lei c’era. C’era come le fate madrine delle favole, per restituire Bellezza attraverso il racconto di quello che ha visto: è questa la storia, una testimonianza, il racconto di quello che si vede con i propri occhi.

Con i propri occhi, Giulia ha guardato e visto così:

Le colline intorno a Motta D’Affermo sono ricoperte di olivi. Che albero strano è l’olivo: lento, prezioso, dalle foglie minute, dai colori antichi. L’olivo sembra stare in piedi a fatica e ci si stupisce di fronte alle fronde cariche di frutti sorrette da un tronco pieno di buchi e fessure. In mezzo agli ulivi, su una collina apparentemente simile alle altre, la terra si apre, la “materia è trafitta” dalla luce. La Piramide 38° parallelo di Mauro Staccioli si erge come un guizzo potente venuto fuori da antiche profondità per congiungere la terra e il cielo.

Così viene celebrato il Rito della Luce, come il ricordo di quel guizzo potente, come una forza nascosta che ogni materia vivente si porta dentro.

Sulla collina non c’è riparo dal calore del sole. L’ombra è una conquista. Ma questo calore senza tregua è luce che non si può nascondere. Camminando e osservando il verde degli alberi, il blu del cielo e del mare emergono dal cuore le cose nascoste, perfino le cose perdute, ma senza violenza, non per forza. Semplicemente ci si riconcilia perché la bellezza del luogo naturale e l’ingegno artistico dell’uomo non lasciano spazio al giudizio e all’insoddisfazione, aprono piuttosto la strada del ritorno verso se stessi.

Vestiti di bianco ci si sofferma davanti all’estro e al talento di attori, musicisti, scultori, alle voci dei bambini, alle parole lasciate su nastri di stoffa mossi dal vento, ai corpi dai movimenti armonici custoditi per secoli in terre lontane. In fila si attende il proprio turno per entrare nel tunnel che conduce all’interno della Piramide, in un verso e poi nell’altro perché non esistono percorsi di sola andata nella vita. Tocca procedere in avanti e a volte ripercorrere i passi fatti per trovare la direzione nuova: si cerca l’aria, la luce, la frescura, la terra.

Al rito della luce non si vende e non si compra nulla, il rito della luce è inutile. Inutile al mercato, ai meccanismi d’interesse, ai calcoli, al lucro. Si è sconosciuti e complici sotto la Piramide e non importa con quale spirito ognuno s’incammini verso il 38° parallelo, perché non è necessario appartenere ad una categoria o ad una scuola di pensiero, ad una religione, ad un modo unico di vedere il mondo. Non importa chi sei. Vale cosa porti, cosa fai, esprimendo te stesso.

Mi piace che ci si guardi in volto, soprattutto al tramonto. Ci si guarda come stupiti dal fatto che la luce d’oro e arancio, la vicinanza al cielo, la limpidezza dell’orizzonte renda tutti belli. E’ una luce che trasforma lo sguardo. Dinanzi al sole che regala i suoi raggi più intensi, scendendo muto e solo nel fondo del mare si innalza un coro di saluto e un battito di mani, non è una bandiera, non un grido di appartenenza, ciascuno si unisce con quello che è, con quanto possiede: una danza, un abbraccio all’amato, un sorriso, un moto nascosto del cuore. Forse è la bellezza di avere tutti insieme e tutti diversi lo sguardo rivolto nella stessa direzione, è quell’intima gioia di non doversi guardare come nemici e di non dover difendere con coltello tra i denti uno spazio vitale. Nonostante le cavernosità e le fenditure che accomunano noi e il fusto degli ulivi, insieme a questi alberi dall’apparenza fragile e dall’animo possente, ciascuno ha cantanto la propria forza, la resistenza alle avversità, il legame alla terra, lo sguardo al cielo, la luce e i suoi frutti.

E a questo racconto di Giulia Lo Porto accostiamo quello di Carlo Columba, senza parole, solo scrittura di luce, fotografia.

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