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Il Rito della Luce: sette giorni dopo

3 luglio 2016

Mi piacerebbe, a una settimana dal Rito della Luce, riuscire a raccontare cos’è stato per me,13450736_10205324627789848_2717592504491539898_n cos’è stato e perché c’ero anche quest’anno, al di là delle parole e nel sentire. Ma non è facile, e forse proprio dalle parole bisogna partire per arrivare appena a intravedere uno spiraglio di senso.

Sono due le radici da cui deriva “rito”, e sono intrecciate. Una è ri- (re-), “scorrere”, da cui nascono anche ritmo rima riva; l’altra è ar-, “connettere”, da cui nascono armonia arte arto aritmetica – arteria, persino.

Rileggo lentamente le parole che ho scritto: sono due le radici da cui deriva rito, e inciampo in queste ultime due, nella loro musica particolare: de-riva ri-to: de-rivare, anche derivare deriva da ri-.

C’è, in questa parola “derivare”, il senso di convogliare l’acqua di un unico fiume in un altro canale; e il fiume è veramente quello della vita, quello che scorre e in cui siamo immersi, quello in cui Eraclito diceva che non si può scendere due volte.

Non si può scendere due volte nello stesso fiumetutto scorre, diceva Eraclito, panta rei, sempre usando questa radice; e noi viviamo immersi in un bizzarro mistero, immersi sempre – perché “sempre” vuol dire una volta per tutte. Siamo immersi una volta per tutte in questo fiume che scorre, e quando ce ne rendiamo conto per un istante, ecco che quel nostro sguardo diventa “rito”.

Rito perché ce ne accorgiamo ogni volta che si ricreano le stesse condizioni: ad esempio, quando il sole è più alto nel cielo, o quando è più basso, durante i solstizi; o semplicemente, quando sorge, o quando tramonta – ai nostri occhi, beninteso: perché il sole non è né alto né basso se non nei nostri occhi, nella nostra percezione: è in quella magia della nostra percezione che noi possiamo “sentire” le cose. Se non ci fossimo, non si direbbe nulla del sole e non ci sarebbe alcun rito.

E’ questo il senso del Rito della Luce per me, da quando è “cominciato”, nel 2010. E’ un laboratorio, un metodo, una via fuori dal tempo in cui si osserva il presente con occhi diversi. Ogni persona incontrata, ogni sguardo, ogni espressione sono percepiti e conservati, nel tempo del Rito, e rimangono custoditi in un modo speciale, perché in quel tempo accadono cose speciali. Accade che il sole sorge e tramonta, che c’è buio e luce, che respiri, che il cuore batte, che dormi e che ti svegli, che fai la doccia e guardi il mare da lontano anche se è vicino e da vicino anche se è lontano. Accade che sei arrabbiata e te ne accorgi, oppure che sei felice, e te ne accorgi pure, e le due cose non si escludono, possono benissimo convivere, insieme a tutte le possibilità in mezzo. Accade che senti quello che sentono gli altri, e ti piace alimentarlo quando è nutriente, e contenerlo o orientarlo diversamente quando è distruttivo, e non sempre ci riesci ma va bene anche così. Accade che ti meravigli di quello che dici, e questo ti piace.

E sembra che tu non faccia niente: non sei tra quelli che piantano i pali di ferro nel terreno durissimo o avvolgono il filo spinato e gli alberi nel tulle o raccolgono le canne o spianano il terreno togliendo pietre e rovi o fanno le mille altre cose che ci sono da fare. Tu guardi, guardi le persone negli occhi e ne custodisci lo sguardo, guardi gli alberi bruciati in piedi contro il cielo, guardi un falco con le ali spiegate tra il cielo azzurro e la terra nera, guardi chi c’è veramente e chi appare soltanto – e te ne accorgi solo dopo, dal fatto che non hai dimenticato niente, né toni di voce, né gesti, né sorrisi né calore e neppure ombre passeggere nello sguardo – niente. Tutto questo rimane, perché lo hai abbracciato, e ci vuole un tempo perché sedimenti, un tempo del silenzio e della quiete.

Al tramonto del Rito della Luce tutto finisce. Nel cuore c’è quiete dapprima, c’è appagamento e voglia di riposo, ma il Rito è coesistenza degli opposti, e la quiete lascia il posto alla necessità di arginare la folla oceanica che vuole tornare subito, subito, tutti con la prima navetta, perché lui sì e io no?, la gente vestita di bianco che fino a poco prima sorrideva, negli ultimi raggi di luce, e ora che è buio già pressa e irrompe e offende perché non sa attendere, non può aspettare, ha già dimenticato. La folla, quella folla, è la stessa dei pensieri, delle preoccupazioni, delle emozioni negate, delle frustrazioni che abbiamo dentro di noi, tutto il nostro quotidiano impaziente che vuole tornare da subito a prendere il suo posto al centro, al centro del tempo nevrotico in cui il presente non è un dono ma una calamità. La folla, questa folla spietata, ci sta, al Rito, perché ti ricorda chi sei.

Solstizio, si chiama questo giorno, perché il sole un istante – ai nostri occhi – si ferma. Ne abbiamo bisogno, di quest’istante. Un momento solo, ogni sei mesi, in cui ci fermiamo col sole. Un momento fuori dal tempo, in cui precipitiamo come nei sogni, quando sembra che stiamo cadendo ed è una vertigine bella, che s’interrompe all’improvviso, bruscamente, quando apriamo gli occhi e ci ritroviamo nel letto.

Un momento solo in un tempo che è quello del sangue e del respiro, quello della terra di dentro. Ognuno lo vede a suo modo, quel tempo, eccovi alcuni esempi:

Foto di Renè Purpura

Foto di Daniela Thomas

Foto del tempo “durante”

Foto di un attimo prima

I bambini e la Piramide

Foto di Monica Laurentini

Foto di Michele Marzilla

Foto di Gabriele Cammarata

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Grazie a te, Antonio Presti

 

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