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Antonio Presti – Latitudine e Longitudine di un sogno

7 agosto 2016

All’origine del sogno esiste un mistero creativo impossibile da decifrare razionalmente.
Si tratta della creatività della natura, la medesima creatività che ha generato ciò che l’uomo non sarà mai in grado di inventare: le migliaia di specie di animali, di fiori e di piante della Terra.
I sogni sono proprio come i fiori e le piante. Sono esperienze uniche, delle quali non possiamo che meravigliarci.
Marie-Louise von Franz, Il mondo dei sogni

Un mistero creativo, i nostri sogni. Non solo quelli notturni: anche quelli in cui viviamo, quelli che creiamo intorno a noi.

Si racconta che l’Universo sia il sogno di un dio addormentato sull’oceano cosmico, che è anche Ananta, il mitico serpente infinito che simboleggia le acque. Quel dio è Vishnu, “Signore della Maya”, ed è insieme se stesso, il serpente e l’oceano. “All’interno del dio c’è il cosmo, come un bambino non ancora nato dentro la madre”, scrive H. Zimmer nel suo Miti e simboli dell’India, e continua “e qui tutto è restituito alla sua perfezione originaria. Sebbene fuori non esistano che tenebre, nel divino sognatore fiorisce una visione ideale di come l’universo dovrebbe essere. Il mondo, ristabilendosi dal declino, dalla confusione e dal disastro, riprende il suo corso armonioso. Ora, proprio durante questo intervallo incantato, accade […] un fatto straordinario: un sant’uomo di nome Markandeya, vagabonda come un pellegrino senza meta dentro il dio, sulla pacifica terra, contemplando con piacere il panorama edificante della visione ideale del mondo. Egli […] ha molte migliaia d’anni, eppure le sue forze sono intatte e la mente vigile. Mentre vaga nel corpo di Vishnu […] si ferma ai templi e ai luoghi sacri a fare atto di adorazione e il suo cuore si rallegra della spiritualità della gente nei paesi che attraversa. Ma ecco l’imprevisto. Nel corso della sua interminabile passeggiata senza meta, il robusto vegliardo, senza accorgersene, scivola fuori dalla bocca del dio che contiene ogni cosa. Vishnu dorme con le labbra socchiuse, e il suo respiro risuona profondo e ritmico nell’immenso silenzio della notte di Brahma. Dapprima, a causa della maya di Vishnu, Markandeya non vede il gigante addormentato, ma solo l’oceano, completamente buio, che si allarga vasto nell’onniavvolgente notte senza stelle. […] Mentre si dibatte nell’acqua tenebrosa, ecco si fa pensoso, riflette e comincia a nutrire dei dubbi: ‘E’ un sogno? O sono preda di un’illusione? […] Non c’è sole né luna né vento; le montagne sono tutte svanite, la terra è scomparsa. Che razza di universo è mai questo in cui sono capitato?”.
Il santo intravide poi la forma del dio, come un’immensa catena montuosa; gli si avvicinò e scivolò nuovamente nel sogno del dio addormentato. Egli era un essere umano, ma era anche il personaggio del sogno universale del dio; e quello che aveva vissuto fu a lungo per lui anch’esso come un sogno.

Un mistero creativo, dunque, i nostri sogni, di cui siamo protagonisti e registi, sognatori e sognati. Ognuno di noi è impegnato nel proprio: i sogni si sognano. Non importa se siano o meno reali, perché mentre li stiamo sognando lo sono. E’ un’altra dimensione, più lieve, più eterea, più delicata, ma non per questo meno reale.

E’ quella dimensione che si trasforma nel nostro destino: giacché, come scrive Rilke, quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non entra in essi dal di fuori. I sogni ci attraversano, e quando li lasciamo rimanere per un po’, quando li accogliamo come si accoglie un ospite nuovo, sbocciano come fiori, e lasciano poi semi e frutti veri. Sono quelli i nostri destini.

E sebbene sicuramente sogniamo da soli, non siamo tuttavia isolati nella tessitura del sogno; alcune persone hanno la grande capacità di renderli visibili, quei sogni, di condurvi dentro anche gli altri, di farceli camminare e respirare dentro: e quando questo accade, l’azione diventa Poesia, cioè “fare”: agire creativo.

La Poesia che trasforma parte da un “punto”: qualcuno che sogna. Un Centro.

Un Centro nero, denso, concentrato, spesso dolente, definito in se stesso – se visto dall’esterno.

Piccolo, minuscolo, infinitesimale – se visto dall’alto.

Il fare poetico consiste nello scoprirsi centro, chicco seme granello infinitesimale – e portarne alla luce l’intimità dirompente di vita, per quanto appaia, a prima vista, proprio come un seme: vuoto.
E’ solo se invece lo allarghiamo quel vuoto, lo riconosciamo come noi, con la stessa altezza, l’aspetto, le fattezze del nostro corpo e dell’anima a cui il corpo come simbolo rimanda – solo allora che quel punto si fa chiaro.

Ciò che prima ci appariva nero, era inchiostro concentrato, erano Storie. Le nostre storie, tutte scritte una sull’altra, aggrovigliate, scarabocchiate, avvinghiate e intricate una sull’altra, si trasformano in uno straordinario ologramma.

E il Sogno non ha tempo.

Sono appena tornata dall’Atelier sul Mare, a Castel di Tusa: ci sono arrivata giovedì e sono ripartita sabato sera: in termini di tempo convenzionale, ci sono stata appena due giorni e mezzo. Ma quando si sogna il tempo cos’è? A volte ci svegliamo credendo di aver sognato per tutta la notte, e invece non erano che pochi istanti: così mi sembra di essere stata lontana da casa un tempo lunghissimo.

Sono entrata, in quel tempo, in un sogno possibile, uno di quelli che diventano destino, il sogno di un mondo “poetico” e “poietico”, che può essere declinato in milioni di modi differenti, e perciò può essere condiviso.

Quel sogno è ambientato sulla Terra, quella di Sicilia su cui, come un antico cartografo, Antonio Presti ne traccia le coordinate geografiche, quelle linee che, se pure immaginarie, consentono di disegnare spazio e tempo. Sul 38° parallelo sorge la Piramide, l’ultima opera della Fiumara d’Arte: e a Librino sta per diventate visibile il percorso Museale TerzOcchio – Meridiani di Luce.

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Un’immagine del Villaggio Le Rocce tratta da Google maps

Il tempo e lo spazio: partiamo da Castel di Tusa diretti dapprima a Taormina. Antonio ci mostra il luogo in cui sorge il Villaggio Le Rocce, abbandonato a se stesso da 42 anni e in rovina. E’ come se ci fosse un incantesimo, ci dice; eppure sullo scoglio bellissimo sembrano aleggiare misteriose Sirene prigioniere, e le loro voci riecheggiano indistinte insieme agli stridii degli uccelli nel tramonto. Bellissime immagini visionarie ci descrivono il luogo per come non si vede ma è già, mentre prende corpo via via che Antonio dipana il racconto dei fiori, dell’acqua, dei suoni, della Bellezza che da ogni parte alla fine ci avvolge in un abbraccio che lascia senza fiato.

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Villaggio Le Rocce, foto dal web

Da Taormina andiamo poi verso Catania, e ci fermiamo a Librino quando è ormai sera

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La Porta della Bellezza a Librino

inoltrata e i palazzi appaiono ancora più spettrali, mentre le macchine sfrecciano minacciose e tutto è buio pesto. La Porta della Bellezza è là, ricoperta da un lato dalle mattonelle dei bambini e degli artisti che hanno voluto sostenere la possibilità di trasformare un muro in una porta; e mentre ci passiamo sotto, a piedi, i piloni dell’autostrada sembrano strane colonne di un tempio contemporaneo che incute un rispetto sacrale ma nello stesso tempo conferma che è possibile trasformare le cose facendole: distinguendo paralleli e meridiani, districandoli fra loro e tracciando vie luminose.

“Qui”, racconta Antonio camminando su un ampio spiazzo di cemento circondato di spazzatura, “qui chi passerà vedrà illuminarsi una storia, proprio sotto i suoi piedi; e per sapere come continua, dovrà proseguire, e si accenderà il resto, via via che lui passa”. E noi la storia la vediamo, là, che si accende, fatta di parole, di segni, di colori, e il buio sparisce, e la luce fiorisce dovunque, mentre quei meridiani di luce disegnano qualcosa che ancora non sappiamo, un tempo sconosciuto, uno spazio ignoto.

“Qui”, dice Antonio indicando il retro della Porta della Bellezza, “ogni visitatore potrà incollare la propria foto, che si potrà scattare là” e indica un vuoto dove lui crea per noi, a gesti, un “container” in cui ci si potrà fotografare e poi si stamperanno le proprie foto da incollare sul muro, e così “avrà il volto di ognuno, questa Porta”.

Poi ci indica dieci facciate grevi, che diverranno schermi di proiezione; e le finestre tristi di un grande palazzo di fronte alla scuola, un istituto comprensivo molto grande tutto illuminato, potranno servire per attivare un’app con un gioco che farà sì che le famiglie si riconoscano in quelle finestre: “aspetteranno che faccia buio per poter giocare”, dice.

E fiumi scorreranno – fiumi di luce – verso lo spettatore appoggiato alla ringhiera arrugginita, e non sarà una cosa spettacolare, ma evocativa, perché accenderà la speranza e lo stupore, risveglierà la gioia.

E in quel luogo così buio stiamo a occhi spalancati a guardare quello che non si vede – ma nemmeno l’aria si vede, e senza non potremmo respirare, e anche senza i sogni non potremmo, e quell’acqua che scorre verso di noi la vediamo, la sentiamo pure.

E ci saranno anche delle torri, alte come i palazzi, ma leggere, fatte di tubi e montate su ruote. E queste torri saranno tutte piene di fiori, così in quella periferia dove nessuno ha mai pensato al verde, le persone affacciandosi vedranno colori bellissimi e ne sentiranno il profumo, “specialmente in estate”, aggiunge Antonio, che cammina velocissimo da un luogo all’altro e stentiamo a stargli dietro, e meno male che c’è Gianfranco che ci segue con la macchina, altrimenti dovremmo fare un sacco di strada per ritrovarla.

E quando,  mentre camminiamo trasognati in fila indiana dietro Antonio, Gianfranco ci raggiunge, preoccupato perché sentiva abbaiare dei cani, noi, completamente immersi in un’altra dimensione, rispondiamo trasognati: “Cani? Che cani?”, accorgendoci solo allora che quelli del custode della scuola ci latravano dietro sospettosi.

Andiamo a casa, poi, quella casa bellissima, austera e insieme speciale, di fronte alla Chiesa di San Michele Arcangelo, così grande e imponente che vorresti far arretrare tutta la Via Etnea per poterla guardare bene. E là ritroviamo, prima di addormentarci, tutti gli elementi del sogno, nelle foto, nei dipinti, nel copriletto, in tutti i piccoli dettagli che raccontano il quotidiano – e che pian piano ci accompagnano in un sonno ristoratore.

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 Gole dell’Alcantara

E l’indomani, dopo uno spuntino dolce e salato, partiamo indomiti per le Gole dell’Alcantara, che già di per sé è un luogo meravigliosamente bello. C’è un fiume che scorre all’interno di una gola di lava rovente che l’acqua freschissima ha raffreddato via via, e sembra plasmata dalle dita degli Dèi, e talmente è bello che non ho fatto neppure una foto, perché Antonio raccontava l’invisibile e ancora una volta noi lo seguivamo là, e non ce n’era bisogno, di foto.

Poi ha detto “Andiamo, lo facciamo questo battesimo dell’acqua?” e siamo entrati insieme nell’acqua ghiacciata, e guardando la pietra lavica non sapevi se era acqua o fuoco quello che bruciava le gambe e i piedi. E poi, mentre eravamo nel fiume, nonostante il sole si è messo a piovere, e io mi sono commossa, perché l’acqua veniva dalla terra e dal cielo insieme, e veramente sembrava un battesimo, specie dopo che avevamo guardato il fiume dall’alto, non con gli occhiali 3D che davano all’ingresso per vedere un breve video, ma con quelli “poetici” con cui le cose si vedono veramente.

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Gole dell’Alcantara

E in tutti i punti più belli, Antonio raccontava cosa c’era che ancora non vedevamo, poi ha “preso possesso del chiosco” e ha distribuito bibite e gelati chiacchierando con i ragazzi che lo gestiscono, e abbiamo riso insieme perché già si sapeva che avrei scritto tante cose, anche di quando, la sera prima, ci siamo fermati a una stazione di servizio per fare benzina, e lui è sceso e poi è tornato con le sigarette in una mano e nell’altra, stretti al petto per non farli cadere, tre cornetti “ché gli zuccheri ci vogliono”, ha detto. Oppure di quando, tornando verso Tusa, dopo avere comprato le pesche di Moio “che qui sono buonissime” e il pomodoro che forse si chiama così perché lo vendono davvero a peso… d’oro, non si è quietato finché non ha trovato la pasta di casa e la ricotta buona e la carne per fare la sera una cenetta sopraffina.

E’ possibile tracciare le coordinate geografiche di un sogno. Bisogna integrare longitudine e latitudine, tempo e spazio, e avere un riferimento, il Centro. Bisogna essere se stessi sempre, e alimentare la fiducia e lo stupore.

 

 

 

 

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