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Andammo a Gibellina e tutto cambiò. Poi venne il ’68.

26 agosto 2016

Io quel terremoto lo sentii, bambina, e poi lo vidi con gli occhi di mio padre, che aveva fatto migliaia di foto terribili, che a guardarle non si capiva quello che si vedeva, ma si sentiva nel sangue. Mi piacerebbe recuperare quelle foto in bianco e nero di una tragedia in bianco e nero, chissà se da qualche parte ci sono ancora.
Ma in queste parole si sente ancora quello che c’era e che purtroppo di nuovo c’è.

la camera dello scirocco

teremoto_68_gibellinaNon ricordo perché fossimo arrivati a Santa Ninfa. L’idea era di andare a Gibellina, era quello il nome che sapevamo. «Andiamo a Gibellina, andiamo al terremoto», così ci eravamo detti. Ero entrato all’università, facoltà di Medicina a Messina, da pochi mesi, nell’autunno del 1967. Quando la terra, in una notte di gennaio del 1968, aveva deciso di mandare a gambe all’aria tutta la Valle del Belice avevo iniziato da poco a frequentare la facoltà. Qualche lezione di Istologia, qualcosa di Anatomia. C’era tutto un fermento. Tutto un parlarsi, un incontrarsi, un domandarsi. Che ci faccio qui? A che servirò? Sarò un buon dottore? Bravo di intenzione come Albert Schweitzer, che aveva abbandonato tutto per andare a curare i poveri in Africa, e bravo di mano come quel Barnard che aveva trapiantato un cuore per la prima volta pochi giorni prima?
Quando si seppe del terremoto e della devastazione fu spontaneo…

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