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Di schiena: Jeanne Hébuterne raccontata da Anna Burgio

3 settembre 2016

di_schienaburgioDi schiena è l’ultimo libro di Anna Burgio, appena uscito nella collana La vita narrata dei tipi di Città del Sole.
Jeanne Hébuterne senza Modigliani, recita il sottotitolo, perché in effetti si tratta di un racconto dell’assenza: l’assenza di Jeanne che ha attraversato la vita troppo velocemente, in punta di piedi, e ne è uscita allo stesso modo, rapida ma bellissima come una stella cadente, di schiena; e l’assenza di Amedeo Modigliani nella vita di lei, quell’assenza che forse tuttavia in qualche modo rende presente oggi, ai nostri occhi, Jeannette, come la chiama talvolta Anna affettuosamente.

Non è la prima volta che Anna Burgio racconta la sofferenza al femminile: è un dono, il suo, quello di evocare questi personaggi – evocarli proprio letteralmente nel senso di chiamarli fuori, chiamarli alla voce, all’ex-sistere, a individuarsi, a uscir fuori dall’indifferenziato, dal caos dell’essere soltanto; e insistere perché questi personaggi dimenticati esistano, evocarli invocandoli, chiamandoseli dentro, percependone il “vuoto” prima ancora del pieno, perché, come diceva Demetrio Stratos, «quando una persona parla non sentiamo i suoi respiri, che sono invece la parte più importante della voce».

E Jeanne e Anna, con questi nomi che risuonano l’uno nell’altro, non hanno mai parlato tra loro; ma respirato insieme sì, lo hanno fatto certamente, vicine vicine, nella stessa stanza, nello stesso cuore – ispirandosi reciprocamente.

Ognuno di noi, si sa, è spesso attivato da un archetipo in particolare; e quell’archetipo, quell’impronta originaria, prende corpo e nome nel mito, che è l’insieme di “quelle cose che non furono mai ma sono sempre”. Così il mito di Pan e Siringa potrebbe forse essere un riferimento per questo modo d’essere di Anna: e vorrei farne cenno, invece di parlare del libro, che va letto e riscritto dentro ogni lettore, secondo me. E’ tratto, il mito di Pan e Siringa,  dalle Metamorfosi di Ovidio, che raccontava quanto spesso certuni e certune – i più sensibili e sensitivi, i più delicati ma attenti – si trasformassero in ciò… che erano davvero nel profondo. Siringa era una ninfa bellissima e delicata, e di lei s’incapricciò Pan, dio irsuto dal piede caprino. Per questo prese a inseguirla, così rozzo e puzzoso com’era, e agile, anche, a causa di quel piede caprino; e lei scappava, ma già sentiva alle spalle incalzare gli zoccoli di lui, già sentiva sul collo il suo fiato fetido d’animale; e allora, non volendo esserne raggiunta, la ninfa invocò gli dei di salvarla, e fu trasformata all’istante in un ciuffo di canne, flessibili, slanciate, flessuose, leggere, cave all’interno. Il dio sopravvenne e ansando la prese alle spalle: ma invece di penetrarla violentemente con la propria carne, lo fece col respiro, che s’insinuò in quelle canne, perdute nella campagna assolata, e ne trasse un suono lancinante, potente, struggente. Il dio caprino ne rimase incantato e per la prima volta ristette, colpito da ciò che aveva in qualche modo creato, lui che pur sempre era un dio; e da quel momento portò sempre con sé ciò che chiamò Siringa, perché era lei quel suono, era la ninfa che si lasciava attraversare dal suo respiro e risuonava di lui; anche se nel tempo il nome di lei venne dimenticato e quello strumento divenne noto come flauto di Pan.

La fece sua, perciò, il dio, perché lei si lasciò attraversare e non violare. Non trattenne nulla di quel respiro, che però divenne seme musicale e rimase eterno.

Così, io credo, Anna si lascia attraversare da queste storie terribili e ne trae suono e voce, le impersona e ne risuona, e raccontandole se ne libera, pur amplificandole, e restituisce voce e corpo e sguardo a chi, pur in punta di piedi, pur di schiena, ha attraversato il tempo e lasciato un’impronta visibile a pochi soltanto.

Storie in cui s’intrecciano talvolta dipendenza e codipendenza, ci racconta Anna Burgio; storie il cui intreccio inestricabile non è dato a noi di risolvere – ci è dato, però, di coglierne l’indicibile bellezza, la poesia, la delicatezza, pur quando sono così struggenti e lancinanti, come il respiro di un dio che diventa voce di una ninfa altrimenti muta per sempre.

Storie che, a leggerle, ci fanno sentire come un antico giradischi, con una puntina che incide i solchi già segnati di un disco nero che risuona dentro e fuori e tutt’intorno.

E’ davvero un libro di cui consiglio la lettura, e mi complimento anche con l’editore per la bella veste grafica e la delicatezza dell’immagine di copertina, particolare di un dipinto del pittore danese  Vilhelm Hammershøi, contemporaneo di Jeanne e amato da Rilke. Un solo appunto gli faccio (a parte la mancata citazione dell’autore del quadro): quello di non aver badato alla sillabazione. In un testo così, la forma delle parole e il loro ritmo hanno una musicalità che una sillabazione scorretta disturba terribilmente: peccato.

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