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Il pallone bambino

16 settembre 2016

392911_4202389152656_439784032_nEra stato creato un luogo senza limiti, aperto.

Non c’erano porte, finestre, tetto, nemmeno orizzonte.

Era un luogo sconfinato, cioè senza confini.

Lì si poteva imparare ad essere se stessi, prendere forma come quella volta all’inizio di tutto prese forma il mondo dal Grande Oceano di Latte. E poi trasformarsi.

In quel luogo senza luogo ognuno era il caglio. Ognuno aveva un compito unico e prezioso che non poteva essere di nessun altro perché era il proprio.

Le parole che in quel luogo risuonavano venivano da dentro, e non da fuori. Nulla era costruito, ma sgorgava: e la forma che assumevano le cose era la propria e nello stesso tempo l’altrui.

Lì s’imparava a passare dalla porta senza porta.

 

Ma un giorno qualcuno disse che non poteva più essere caglio.

Che c’era bisogno di tetto pareti confini per poter dire luogo un luogo.

Che senza orizzonte non ci si poteva orientare.

Che ci volevano un alto e un basso, una sinistra e una destra.

 

Che ci voleva qualcuno che dicesse cosa fare e come e anche quando.

E poi ci voleva qualcuno che facesse fare quelle cose, tenendole a mente per gli altri.

Tra questi due qualcuno, ci poteva essere uno spazio in cui accoccolarsi e succhiare passivi qualcosa da ripetere poi come se fosse vera.

Ma le cose vere sgorgano e sbocciano, non sono appiccicate.

Quelle appiccicate si dimenticano, quelle vere invece si trasformano, perché sono vive.

 

Andarono da un falegname e gli chiesero una porta blindata. Quello rispose che le porte blindate si possono comprare già fatte e costano meno. Così ne comprarono una già fatta, uguale a tutte le altre, e la sostituirono alla porta senza porta. Avevano pagato, dissero, e avevano diritto ad un luogo: un tetto, i muri, il pavimento. Le finestre con le grate, sennò si cadeva fuori. Ora sì che ci si sentiva a casa. E se finiva la carta igienica, c’era qualcuno che la rimetteva nel bagno, e se se ne andava la luce, qualcuno premeva un pulsante per farla tornare, chissà da dove, non importava.

Avevano pagato per questo, dissero: e per poter pagare avevano lavorato tanto. Era giusto che il loro tempo libero fosse barattato con un tempo preciso.

Altrimenti avrebbero perso la bussola, sarebbero rimasti disorientati.

 

14362525_10205791132852183_925312460764042222_oIn alto, tra le sbarre che ormai serravano la vista, rimase un segno di quello che un tempo era stato: un pallone con le stelle. Nessuno sapeva come ci fosse arrivato, ma intanto era là: pensavano ci fosse arrivato per sbaglio.

Chiusero le tende per non vederlo: così si poteva vedere solo da fuori.

Perché fuori c’era ancora lo spazio sconfinato, quello di un tempo, quello che non si poteva chiudere, quello per cui nessuno poteva chiedere “l’esclusiva”.14329933_10205791132932185_5373939951497284532_n

Il pallone guardava qualcosa o forse qualcuno: pareva avesse gli occhi e la bocca.

Sembrava un bambino, o forse una bambina, estranea e straniera ma viva.

Gazabambini

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