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Le Parole in Scena, ieri

10 marzo 2017

IMG-20170309-WA0003-2Un incontro magico e bellissimo, ieri sera al Teatro Atlante, quello con i ragazzi del NEW BOOK CLUB di Alessio Castiglione.

Magico perché ci ha restituito, con una straordinaria semplicità e immediatezza, l’indicibile potenza del sogno – il sogno quello vero, quello che fa bene sognare, quello che, se ci credi, già mentre lo stai sognando lo realizzi.

Non era uno spettacolo, ma un rito, quello di ieri. Tre ragazzi e due ragazze seduti intorno a un tavolo; a terra vicino a loro altri quattro musicisti; e, di fronte, il pubblico, fatto di tante persone differenti – sì, differenti, che erano, eravamo, lì, in ascolto, senza aspettative.

Dopo l’introduzione di Alessio e di Preziosa, s’è aperto lo spazio magico.
Dal pubblico sono arrivati cinque suggerimenti chiave – fede, patria, la tua fotografia, un ragazzo a Palermo oggi, rispecchiarsi negli altri; i ragazzi al tavolo hanno cominciato a scrivere e quelli a terra a suonare, per quarantacinque minuti.

Per quarantacinque minuti noi del pubblico siamo rimasti a guardare in silenzio dei ragazzi che scrivevano. Seri, assorti, presenti ma in un altro mondo: a volte alzavano gli occhi e guardavano verso di noi ma vedevano altro, sembrava che prendessero le idee da una trama visibile solo a loro nell’aria che ci univa e ci separava come un unico mare. Ogni tanto si fermavano e rileggevano, la testa sulla mano o su un braccio, come a sentire da vicino, con le orecchie negli occhi, l’eco delle parole scritte; una ragazza si tirava su i capelli con la pinza, l’altra sorrideva tra sé: ognuno sembrava da solo nella sua stanza, eppure erano là, davanti a noi, avvolti dalla musica bella degli altri ragazzi che li accompagnavano, anche loro seri, assorti, presenti in un altro mondo. La bellezza di una tastiera elettronica mi è apparsa per la prima volta come un fuoco fatto divampare dapprima soffiando in uno strumento a fiato  – cos’era? Una tromba? Un ottone? mi accorgo scrivendo che non lo so definire, mi manca la parola per dirlo. Il soffio del ragazzo entrava nello strumento attorcigliato e si liberava dietro di lui, ma mentre lui soffiava, lo strumento era un mantice e la tastiera gli ardeva davanti in una fiamma che lo seguiva docile e libera come in un falò sulla spiaggia, di notte, sotto le stelle. Quel ragazzo, come gli altri, era là, era solo con quella musica, era preso da qualcosa che stava dicendo: e con piccoli tocchi sulla tastiera cambiavano suoni e colori, e senza parole lui esprimeva ogni cosa, l’esprimeva come un olio spremuto dalle olive, l’esprimeva e sembrava che potesse farlo per sempre.

Noi là eravamo fermi, in silenzio, rapiti, noi pubblico.

Un quaderno girava perché potessimo scrivere un rigo ciascuno, un verso, una direzione per rendere visibile quel filo che ci attraversava tutti come se fossimo stati una sola collana; e intanto, eravamo là, rapiti e seri assorti presenti anche noi, parte del rito. Come in una tragedia greca, noi eravamo il coro, un coro silenzioso, il coro delle voci della città, degli uomini e le donne che la abitano: tutta la città era nel teatro, ieri sera, in silenzio, attonita a soffiare con leggerezza per alimentare quel fuoco creativo che si sprigionava proprio sotto i nostri occhi.

E pensavo che chi ripete che i giovani d’oggi sono vuoti e superficiali semplicemente non li vede. Non li vede, questi giovani, perché non fanno notizia, assorti nel loro spazio creativo: sono silenziosi come l’aria, crepitano come fuoco che arde, scorrono come acqua cristallina, sono saldi come la terra sotto i piedi, invisibili come aria e vita: e nel frastuono generale, non si vedono, non si sentono, ma è a loro che dobbiamo questo tempo, e a noi, pure, a noi che li abbiamo generati, a noi che possiamo imparare da loro come si fa a soffiare sul fuoco e creare colori.

E pensavo anche a chi ripete che siamo ormai tutti intrappolati dalla rete dei social, che ci fanno vedere solo quello che vogliamo vedere, che siamo ingarbugliati nell’impossibilità di scoprire qualcosa di nuovo: no. Esistono tanti mondi quanti noi siamo, e poi, dentro ognuno di noi, tanti mondi quanti respiri. Tutto sta a noi, a come ci relazioniamo. Non è una rete, è una collana, è un girotondo, e dentro ci siamo tutti, anche se è più facile vedere chi teniamo per mano, da un lato e dall’altro; sta a noi scomporre e ricomporre il giro e dare alla collana forme sempre differenti: perché è qui il segreto, nella differenza.

Seduti di fronte ai ragazzi noi restituivamo l’altra metà del sogno.
Noi corpo, loro voce, noi materia, loro respiro, movimento, anima.
E poi al contrario: noi voce e respiro, e loro corpo saldo, radice.

E poi sono arrivate le parole: e noi muti, ad ascoltare, a sentire quello che scorreva sulla nostra pelle e nel cuore. Chi erano quelli, che cosa dicevano? Figli e figlie, fratelli e sorelle, padri e madri? Non sapevamo dire. Erano la differenza, quella che crea armonia. Parlavano di noi, da noi.

Le parole dei ragazzi e quelle della Piccola Compagnia Silente del Teatro Atlante si sono susseguite  e mescolate, e poi sono arrivate le nostre. Cinquanta e più persone differenti hanno scritto qualcosa di unitario, hanno scritto con una voce sola.

Lo stupore soprattutto, lo stupore
Stasera il tempo non c’è

Il mare è diventato oceano salato e poi è tornato a bagnarci come pioggia dolce.

Una sola parola: Grazie.

Ai ragazzi del NEW BOOK CLUB, ad Alessio Castiglione, alla Piccola Compagnia Silente, a quelli come Emilio e Preziosa che sono punto di riferimento, accoglienza, trasformazione.

E grazie anche per le torte, che erano buonissime!

Abbiamo fatto delle foto, sapendo che sarebbero venute così, mosse e sfocate, nel buio. Ma rendono perfettamente quello che abbiamo sentito, dentro di noi.

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