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Non è così che la tetta è protetta

3 aprile 2017

“Sostenere” vuol dire aiutare a reggere da sotto. Una tetta gigante su un palazzo sostiene o incombe? Il buon vecchio Freud sarebbe felice…
Cosa succede quando, invece di percepire noi stessi come un’unità indissolubile dal corpo, ci sentiamo come assemblati da pezzi componibili? Le dinamiche profonde di chi ha dovuto subire interventi vissuti come mutilazioni parlano chiaro.

desktop_FREE-THE-FEED-MOTHER-WEBSITEÈ di qualche giorno fa la notizia di una mammella gigante apparsa su un tetto di Londra “per supportare l’allattamento in pubblico”. Sbigottita, faccio un giro sul web e leggo altri dettagli: l’idea sarebbe di Mother London, “un’agenzia creativa indipendente britannica che spera di promuovere l’allattamento al seno e combattere in questo modo chi lo considera un gesto offensivo se fatto in pubblico, […] accompagnando l’oggetto [l’oggetto, sic] con questo comunicato: “È difficile credere che nel 2017 le madri del Regno Unito ancora si sentano osservate e giudicate quando allattano in pubblico, al seno oppure tramite bottiglia. Questo è il nostro progetto per la festa della mamma. Una celebrazione del diritto di ogni donna di decidere come e dove nutrire i loro figli senza sentirsi in colpa o in imbarazzo per le loro scelte genitoriali”. In effetti sul sito di quest’agenzia leggo:

It’s hard to believe that in 2017 UK mothers still feel watched and judged when feeding in public, by bottle or breast.
This was our Mother’s Day project. A celebration of every woman’s right to decide how and where they feed their children without feeling guilty or embarrassed about their parenting choices.

Su altri blog leggo, a corredo della notizia, che “il motivo [di quest’apparizione] è meraviglioso”: proprio così, m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-o, dato che è un’idea volta a sostenere le mamme così che possano allattare liberamente in pubblico.

Io non trovo che ci sia niente di meraviglioso invece: lo trovo assolutamente svilente.
Non è facile spiegare perché: si tratta di quel sentire talmente implicito, talmente dentro le pieghe, che a dirlo quasi non si trovano parole, e in effetti il nocciolo è proprio qui: nel fatto che le abbiamo perdute, le parole, quelle per esprimere i nostri pensieri, i sentimenti, le emozioni. Le parole le usiamo soltanto per acchiappare pensieri esterni a noi, che ci girano intorno e affollano l’aria come zanzare, non per esprimerci, che a farci caso vuol dire spremere fuori, come quando si spremono le olive, che si fa l’olio, o come quando si spremono le arance e i limoni, che si fa il succo denso di polpa.

E con le parole, abbiamo perduto anche il corpo: perché le parole sono voce che dal corpo si sprigiona, e il corpo cos’è? Siamo noi, il corpo.

Facciamo tanto per diventare individui, cioè indivisibili; facciamo tanto per riconoscere  che siamo noi stessi anche quando emergono zone impervie, difficili, inesplorate, meno gradevoli; e poi arriva uno e ti mette là una mammella gigante, come se potesse, quella mammella strappata dal corpo, dal sangue, dal calore, dagli occhi, quella mammella diventata oggetto, supportare l’allattamento. Ma l’allattamento è relazione, lo sanno questi di Mother London?, non è il semplice rapporto con una tetta, come se fosse un ciuccio o una bottiglia di Coca Cola.
L’allattamento è una relazione tra LA madre e IL figlio o LA figlia, QUEL figlio e QUELLA figlia, una relazione unica, indescrivibile, speciale, quella che dà l’imprinting affettivo a tutta la vita futura, quella segnata dalla memoria dell’imprinting ricevuto dalla madre e perciò dalla gioia e dal dolore; l’allattamento è trasmissione, circolarità. Una persona nuova – tutta intera – che nasce tra le braccia della sua mamma – tutta intera anche lei -, questo è allattamento, non la tetta gigante. È sul riconoscimento di quella relazione unica che bisogna insistere, è quella che bisogna riconoscere, perché ogni relazione sia autenticamente tale.

Ma quella relazione è dentro, e per riconoscerla occorre cambiare direzione allo sguardo.

L’allattamento è felicità, l’abbiamo detto tante volte, perché “felicità”: cosa vuol dire? Ha una radice piccola piccola: dhe-. È antica quanto il mondo questa radice, ha più di quattromila anni, forse più di cinquemila: è una radice indoeuropea. Vuol dire, nello stesso tempo, “allattare” ed “essere allattati”. È nata quando ancora non c’era quella distorsione per cui bisogna sempre distinguere: questo O quello, bianco O nero, alto O basso, io o tu… ancora c’erano questo E quello, bianco E nero, alto E basso, io E tu. Era un tempo di unità, e si sapeva bene che allattare ed essere allattati sono due modi di chiamare lo stesso momento, quello in cui il piccolo e la sua mamma sono fusi e con-fusi e sazi, pieni, appagati, in una parola “felici”,e questo segnerà la loro vita, da questo impareranno a donare e a ricevere o non ne saranno mai capaci… Da questa stessa radice derivano femmina e figlio, e in greco “thelys”, che significava seno ma anche “femminile”…
Chi mette la tetta sul palazzo, io credo, è in piena regressione: chissà se l’avrà vissuto mai l’allattamento, poveretto/a. E io gli o le consiglierei un viaggio. Gli o le direi di andare in India, di andare a vedere quei potenti simboli della generazione che sono il lingam e la yoni, e sono disseminati dappertutto. Qual è la differenza con la tetta gigante? Che quei potenti simboli della generazione restituiscono l’unità, non la frammentano, perché rappresentano la sacralità del corpo in quanto tempio; la potenza generativa, trasformativa, misterica, trascendente, in cui coincidono gli opposti. Quei potenti simboli nascono da dentro e riconoscono il mistero del nostro essere; la tetta gigante, che appare tranciata, è espressione di una mutilazione da noi stessi.

Ma non sono sicura di essere riuscita veramente a spiegare quello che sento. Forse leggendo quest’altro post, pubblicato da Marika Gallo su In braccio alla Luna, appariranno chiari altri aspetti della questione, altre letture: Di tette giganti e Golem femmine. Sarebbe bello che anche voi, se siete arrivate/i a leggere fin qui, poteste dire la vostra.

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