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Sono libere le donne?

21 maggio 2017
A03

Opera di Riccardo Mannelli

Se le donne sono veramente libere ancora ce lo chiediamo, e forse già chiederselo significa che il problema c’è e che ce lo poniamo, perché c’era un tempo che non ce lo chiedevamo e solo per questo sembrava che non ci fosse.
Allora cerchiamo soluzioni qua e là; siamo disponibili ad andare in capo al mondo anche, ma se non le cerchiamo veramente dentro di noi, le soluzioni rimangono parole.

Le parole in italiano hanno un genere maschile e un genere femminile – e per questo spesso ci si accapiglia, perché anche noi siamo parole in fondo -, ma la cosa più importante è un’altra, è che ci sono parole vere e parole false e che spesso hanno lo stesso suono.
Sì, lo stesso suono, preciso, le stesse lettere.
Gli stessi caratteri.
C a r a t t e r i, come quelli delle persone.

Cosa distingue le parole vere da quelle false?
L’intenzione, anzi l’intenzionamento.
Le parole vere nascono dalla ricerca e quindi sono libere.
La ricerca è una sola: quella di sé, quella che nasce da una semplice domanda: “ma io chi sono?”, una domanda umile che porta a guardarsi dentro; e a guardarsi dentro si vedono le montagne e i fiumi e i laghi, gli animali, le piante, il cielo e la terra, gli uomini e le donne; e poi anche s’intravedono idee e categorie come disoccupati, omosessuali, carcerati, potenti, deboli, o anche assassini, amanti, insegnanti – qualunque cosa c’è, dentro di noi, e si scopre pian piano o tutto d’un colpo, dipende.
Le parole vere sono quelle che ci fanno sentire capaci, sono le nostre, quelle con cui diamo nomi alle cose, quelle con cui creiamo il mondo.

Le parole false nascono dall’intento di manipolare gli altri, dalla malafede: sono parole abusanti e abusate che vengono plasmate come gabbie e adattate intorno agli altri per mantenerli dipendenti o anche semplicemente inconsapevoli. Le parole false tagliano fuori la voglia di chiedere, chiedersi, cercare, e cancellano ogni creatività. Sono le parole del “Potere”.

Sono libere le donne?, ci chiediamo, andando ai confini del mondo, cercando risposte persino in antiche società tradizionali: eppure no, non è là che possiamo trovare le nostre risposte. Là ci sono altre risposte, le loro; ma non sono dentro di noi, quelle parole. Quelle parole sono vere là; ma qui assumono un senso completamente diverso, e se non stiamo attenti, le falsifichiamo, pur con le migliori intenzioni.

Ho visto un film interessantissimo, “Nu Guo – Nel nome della Madre”, a Palermo, all’associazione Colori di Luce. È un documentario di Francesca Rosati Freeman e Pio d’Emilia, che ci mostra un mondo lontanissimo dal nostro, un mondo dove non esiste violenza e le donne sono dello stesso genere della natura e come lei sono madri, al di là del fatto che abbiano figli o meno. È il mondo dei Moso, e molte delle loro idee, viste da fuori, ci appaiono meravigliose – la non appartenenza, l’assoluta eguaglianza, la libertà, la concezione dell’amore – per citarne solo alcune.
Ma un indomabile senso di irrequietezza mi impediva di mettere a fuoco, durante la proiezione e anche dopo, durante il dibattito, quello che percepivo un po’ stridente.
L’ho capito solo dopo.
Non era nel documentario, la cosa stridente, ma in noi, nel modo in cui lo stavamo guardando, nelle nostre aspettative.
Ho capito che stavamo cercando una risposta alla nostra sete di libertà… in una società tradizionale.
Una società tradizionale non può essere libera nel modo in cui noi lo intendiamo: là si fa quello che si è sempre fatto, perché è giusto, il mondo è stato sempre così e va bene così, non ci si interroga perché non ce n’è bisogno.
Siamo certi, dunque, di comprendere ciò che ci dicono i Moso? Siamo certi di riconoscere le loro parole, o stiamo dimenticando che il loro è un mondo differente, basato completamente su altri presupposti?
La nostra non è da gran tempo una società tradizionale, non lo è. Molto faticosamente, stiamo cercando di capire qual è il nostro posto nel mondo in cui viviamo, un mondo che abbiamo sognato libero ma è ancora ben lontano dall’esserlo.
In questo nostro mondo, abbiamo bisogno di trovare le parole vere, quelle che possono raccontarlo senza generare confusione e liberarlo da se stesso; trovare le nostre parole, quelle che nascono dal profondo disorientamento che ci contraddistingue, perché noi abbiamo lottato contro la società tradizionale, contro tutto ciò che fosse dato una volta per tutte e fosse là, scontato, giusto solo perché così da sempre.
Abbiamo bisogno di trovare le nostre parole – anche dissonanti, anche contrapposte, anche inventate, nuove, bizzarre – perché tacere vuol dire conformarsi, vuol dire spesso non chiedersi “ma io chi sono?”, vuol dire non chiedersi niente: e questo ci rende prede. E nelle antiche società tradizionali possiamo leggere sì infinite radici del nostro essere qui e ora, ma le radici stanno nel profondo, non si sovrappongono, si uniscono forse in un punto lontanissimo che possiamo raggiungere dentro di noi, non fuori.

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Opera di Riccardo Mannelli

Sono libere le donne?, ci chiediamo ancora, e quali sono le parole per chiedercelo?
Sono le nostre.
Sono libera io? Questa è la domanda.
E per comprendere meglio da quale complessità nasce, questa domanda, da quale assurdo e profondissimo tentativo di scardinare ogni certezza per poterla rifondare, da quale travaglio, ricerca, sbranamento di sé, vi propongo questi due bellissimi scritti, di Natalia Ginzburg e di Alba de Céspedes tratti da TUTTESTORIE n. 6/7, dicembre 1992, che potrete leggere qui: Discorso sulle donne

Sì lo so, l’articolo è lungo e anche gli scritti, ma dobbiamo rassegnarci: la ricerca è così, fatta di “ardente pazienza”.

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opera di Riccardo Mannelli

Le opere di Riccardo Mannelli sono tratte dal web.

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