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Riflessioni sul convegno del 5 ottobre 2019 di Palermo in occasione della settimana mondiale dell’allattamento 

8 ottobre 2019
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Ognuno di noi ha un ruolo, ognuno esercita un potere, più o meno consapevolmente, ognuno ha un rango, alto o basso che sia. Che cosa c’entri tutto questo con l’allattamento forse se lo saranno chiesti quanti si sono visti recapitare il nostro invito al convegno di sabato 5 ottobre 2019 presso la prestigiosa Sala Mattarella, al Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento Siciliano e se lo sta chiedendo ancora chi non vi ha preso parte. Abbiamo scelto anche un titolo impegnativo. Allattamento, pratica di salute pubblica e individuale. Ruoli e poteri tra comportamenti innati e cultura.

Può sembrare un approccio difficile da capire, quello che da qualche anno a questa parte ha scelto di seguire il gruppo di sostegno alla pari dell’Arte di Crescere, elitario, a detta di qualche delatore. Non è stato facile seguire questo nostro filo di tessitura, ma siamo orgogliose del nostro tentativo che ha portato alla fine alla scelta di un primo ordito, che un giorno, ne siamo certe, sarà un bellissimo arazzo.

Portare il tema del Potere ai genitori per favorire l’allattamento lì dove il potere politico viene esercitato, ha un significato. È un segno e una direzione. Da mamma alla pari mi è capitato di entrare dentro il Palazzo, altrimenti a me inaccessibile e conoscere Valentina Zafarana, mamma coraggiosa che sceglie di scontrarsi con una politica maschilista e di portarsi dietro da Messina suo figlio per poterlo allattare dai suoi tre mesi ai due anni. Quindi, grazie alla necessità di una donna, deputata parlamentare, il problema della conciliazione dell’allattamento e della maternità tout court con una struttura sociale profondamente nemica della vita nascente, si fa reale, entra dentro le dinamiche politiche, chiede di essere affrontato. Qui a Palermo Valentina trova me, una mamma alla pari e volontaria che viene ad assisterla mentre lei è a lavoro e a tenerle il bambino in fascia quando è piccolo, tra gli albi illustrati che gli legge e il giardino dove lo lascia scorrazzare, quando cresce.

Passa qualche tempo, il bambino cresce, va a scuola, ormai non lo vedo da poco meno di un anno. Un anno in cui mi succedono tante cose, tra cui quella di allontanarmi per un po’ dal gruppo di sostegno alla pari per provare ad occuparmi di altro. Il tema della promozione dell’allattamento a livello sanitario viene presentato in una prima conferenza regionale a settembre. Tutto bellissimo. Ormai parlano di allattamento pure i cani e i gatti. Le attiviste non servono più. (Magari fosse davvero così!)

Vengono pubblicati dei dati, in Sicilia allatta solo una mamma su dieci a 5 mesi. Maria Paola Ferro, dirigente dell’assessorato regionale della salute, presenta la ricerca InPrimis, in risposta all’intervento di Valentina Zafarana in apertura del convegno nel quale quest’ultima si pone in una posizione di ascolto delle istanze del Terzo Settore e in una prospettiva politica lungimirante con alcune proposte pratiche.

Come si possa essere entusiasti di una ricerca che rivela che solo una mamma su dieci allatti in Sicilia e che quindi rivela una politica fallimentare a livello amministrativo nella promozione della salute è una di quelle domande che mi sono portata a casa dopo la giornata di sabato. Ma soprattutto ci accorgiamo man mano si susseguono gli interventi che non ci si capisce nemmeno a livello di lessico. Le parole della dirigente Di Liberto che ha portato i saluti dell’assessore della Salute e dell’assessore alla Famiglia, politiche sociali e del lavoro, danno il pretesto per fare notare a Salvo Cacciola che in Sicilia il problema parte da molto lontano, se non siamo capaci neppure di fare differenza fra promozione della salute e prevenzione. Quindi il divario tra ciò che l’amministrazione regionale sta facendo e le istanze della base sembra incolmabile. Il sociologo ci illustra come solo attraverso l’empowerment collettivo le persone, condividendo esperienze e promuovendo soluzioni, acquisiscono il controllo sulla propria vita e sulla propria salute. Soprattutto in periodi di difficoltà economica se le persone lavorassero insieme per migliorare la loro vita di tutti i giorni in un processo di empowerment che può essere facilitato a diversi livelli all’interno della società civile, l’empowerment diverrebbe esso stesso il mezzo per raggiungere il potere che non può essere dato, ma riconosciuto e acquisito dai singoli individui.

Le prescrizione di formula alle dimissioni rappresentano una prassi consolidata nonostante il divieto legislativo, non si sa come si possa sanzionare chi violi la normativa in materia di commercializzazione di sostituti del latte materno, come ci illustra Claudia Pilato, non ci sono dati sui costi sanitari ed economici del non allattamento aggiornati a livello nazionale, l’unico dato nazionale risale al 2009 e riguarda una coorte di circa 890 bambini del Friuli Venezia Giulia del Piemonte e del Trentino, come ci mostra l’autore di quello studio, Adriano Cattaneo, che ci istruisce anche sul fatto che in altri Paesi Occidentali il costo è stato invece quantificato ed è così allarmante da fare cambiare alcune pratiche assistenziali degli Stati Uniti, come quelle che omaggiano confezioni di formula artificiale alle indigenti.

Simona di Mario ci mostra un modello virtuoso. Quello della Regione Emilia Romagna, dove adesso le percentuali di allattamento a 5 mesi sono aumentate grazie all’applicazione di un progetto sposato dall’amministrazione pubblica che ha visto diversi attori coinvolti tra cui le associazioni mentre le mamme che allattano diventano esse stesse portatrici di buone pratiche, dove anche le scelte delle immagini o gli slogan mettono al centro il benessere delle madri e quindi l’allattamento come processo e non il latte materno come prodotto. Tra me e me penso che basterebbe scopiazzare dagli altri, se non fossimo così legati all’esercizio del controllo, all’aspettativa della delega, all’immobilismo gattopardiano che ci contraddistingue. C’è una impalpabile tensione nella prima parte della mattina. La avvertono anche i neonati in fascia, presenti per l’esibizione di Danza in Fascia che propone Melania Zuccotti. Un momento che ha la grazia di alleggerire l’aria e condurci al coffee break più distese.

Poi arriva lei. Ornella Cherti, direttamente dalla Svizzera. Si presenta col suo accento tedesco, ci introduce al tema del Rango: il fattore inconscio ed infine ci conduce in un laboratorio di processwork sul potere personale dato dalla cultura di provenienza, dal sostegno della comunità, dal potere economico, sociale e spirituale.

Chi è rimasto dopo la pausa ha capito allora il senso. Ha capito il senso di quel Potere ai genitori. Chi è andato via prima non lo ha vissuto, ed è un peccato. Che cosa posso dire allora di quelle due ore dentro quella stanza che all’improvviso è diventata più accogliente? Che si è ricreato un campo nel quale si è visto come i problemi individuali e collettivi siano gli stessi. Non si può muovere una critica al mondo senza essere disposti a guardare il mondo di cui siamo portatori, l’universo composito della nostra stessa persona. Finché ognuno di noi, attivista, politico di opposizione, membro di governo, operatore sanitario, esperto di comunicazione, madre o padre, mamma in cerca di sostegno, mamma che offre il suo sostegno avrà paura di esprimersi e si chiuderà nel silenzio la politica avrà fallito nel suo scopo più alto ossia quello di creare comunità. L’espressione della voce di ognuno, qualunque essa sia (soprattutto la più strana o bizzarra), rappresenta un processo vitale per la comunità. Quando nelle relazioni sorgono “irritazioni” nei confronti dell’altro, dovrebbe sorgere il dubbio che possa esserci un uso inconsapevole del rango. Creare consapevolezza del proprio rango, sblocca dinamiche a beneficio dei singoli e della comunità.

La domanda alla quale rispondere a questo punto a livello istituzionale e individuale è, un’analisi in termini di ruoli e poteri, ci può aiutare a migliorare le cose ed aumentare i tassi di allattamento in Sicilia? Penso che dobbiamo concretamente interessarci a come possiamo passare da una situazione nella quale il sapere autorevole sia distribuito gerarchicamente, ad una situazione in cui sia distribuito attraverso il consenso e orizzontalmente, per esempio, in cui tutti gli attori coinvolti, in primis la madre e il bambino che allatta, le cui competenze innate andrebbero molto più prese in considerazione, contribuiscano al bagaglio di conoscenze alla base del quale sono prese le decisioni politiche economiche e sanitarie.

Io non posso chiudere questo intervento senza fare i complimenti a Claudia Pilato presidente di Ibfan Italia e a Monica Garraffa referente del Mami, che ha investito tutta sé stessa in questo evento. Negli anni si è fatta davvero facilitatrice di quello che ogni persona che ha incontrato porta con sé come bagaglio personale, risorsa e ricchezza, lo ha dimostrato la testimonianza di una delle tante mamme diventate mamme di sostegno come me perché da lei sostenute, arrivata dall’entroterra siciliano per partecipare a questa giornata, lo dimostra il percorso svolto finora ma lo ha dimostrato anche una delle sue più care amiche e modelli, una delle donne più belle che abbia mai conosciuto, Sofia Quintero Romero, che le ha ricordato che “L’ utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare.” (Edoardo Galeano)

 

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  1. Michele Grandolfo permalink
    10 ottobre 2019 10:53

    L’utopia sta al comportamento come il punto all’infinito di una retta sta alla sua direzione

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