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Siamo nati per morire

21 aprile 2017

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Sabato e Domenica 22-23 Aprile 2017

Il Museo di Zoologia “P. Doderlein” apre il proprio scrigno di tesori e per la prima volta le ossa dello scheletro dello storico Leone “Ciccio” di Villa Giulia.

Le ossa, ritrovate nei depositi del Museo, verranno presto ricomposte e la struttura scheletrica del felino esposta in modo permanente

Sì, avete letto bene. La notizia è qui.

Commento con le stesse parole che ho usato su Facebook:

In questo tempo in cui non sappiamo più vedere, neppure guardiamo. Un leone chiuso in una gabbia per tutta la vita e ridotto a pupazzo, continua ad essere esposto anche ora che non ha più pelo né pelle ma solo ossa, e nessuno lo vede neanche guardandolo.
Complimenti a chi ha avuto questa assurda idea. Non siamo più capaci di vedere “dentro”, e il metodo migliore non è certo quello di guardare ossa nude. Non è quello il dolore, non è là il sentire.
Comunque questo leone mi ha insegnato moltissime cose, io lo ricorderò sempre e nel mio cuore ha già una degna sepoltura, nessuno potrà mai dissepperlirlo.

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Io mi vergognerei, al loro posto. E mi sarei vergognata pure prima. Ricordo lunghissime conversazioni con i miei genitori, che davvero non sapevano come spiegarmi una simile tortura: e ancora era vivo…
Ma no, non è mai stato vivo, Ciccio.
E’ nato per morire.

 

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Leone di Lucerna, progettato da Bertel Thorvaldsen e realizzato nella pietra da Lukas Ahorn 

Costellazioni Familiari: 30 aprile 2017

14 aprile 2017

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“…esiste un modo per trasformare sia questi legami, sia i nostri desideri, affinché le nostre vite diventino a misura di ciò che noi desideriamo, dei nostri desideri, di ciò di cui abbiamo voglia e bisogno profondamente per esistere (e non di ciò che qualcun altro “vuole” per noi)”.
A. Ancelin Schützenberger

Tornano a Palermo le Costellazioni Familiari Spirituali condotte da Daniella Conti. Il nostro appuntamento sarà domenica 30 aprile, come sempre presso l’Associazione Colori di Luce, in via Sciuti, 98, a Palermo, alle ore 9:00.
Raccomandiamo abbigliamento comodo e puntualità.

Per info e prenotazioni: 091 306594 – 380 3695955, oppure info@coloridiluce.it

Per maggiori dettagli clicca qui: Costellazioni Familiari

L’uomo non serve gli interessi di nessuna creatura all’infuori dei suoi

10 aprile 2017
ay_106853902In seguito al video a dir poco raccapricciante diffuso da una Lega i cui intenti sarebbero quelli di difendere animali e ambiente, condivido un brano de “La fattoria degli animali” di G. Orwell.
Al punto in cui siamo, solo gli animali potrebbero difendere se stessi: e purtroppo noi non sappiamo più esserlo, e forse li mangiamo per questo, per incorporarne una vaga essenza almeno a livello materiale. Diamo loro la nostra voce, dunque, non senza prima ricordare che “difendere gli animali” non è trattarli come se fossero giocattoli o peluche, spupazzandoli, sbaciucchiandoli. Una cosa è giocare con loro, un’altra cosa è trattarli come se fossero pupazzetti o peggio gadget per sfogare ansia e nevrosi. Difendere gli animali è lasciare che lo siano, che siano liberi come noi non siamo più.

Dog-008Ma già, “l’uomo non serve gli interessi di nessuna creatura all’infuori dei suoi”, dice il Vecchio Maggiore, un grosso maiale che non avrebbe amato quel video e a cui immaginiamo che Orwell ceda la parola dopo averne preso visione:

«Compagni, già sapete dello strano sogno che ho fatto la notte scorsa, ma di ciò parlerò più tardi. Ho avuto una vita lunga, ho avuto molto tempo per pensare mentre me ne stavo solo, sdraiato nel mio stallo, e credo di poter dire d’aver compreso, meglio di ogni animale vivente, la natura della vita su questa terra. Di ciò desidero parlarvi.

«Ora, compagni, di qual natura è la nostra vita? Guardiamola: la nostra vita è misera, faticosa e breve. Si nasce e ci vien dato quel cibo appena sufficiente per tenerci in piedi, e quelli di noi che ne sono capaci sono forzati a lavorare fino all’estremo delle loro forze; e, nello stesso istante in cui ciò che si può trarre da noi ha un termine, siamo scannati con orrenda crudeltà. Non vi è animale in Inghilterra che, dopo il primo anno di vita, sappia che cosa siano la felicità e il riposo. Non vi è animale in Inghilterra che sia libero. La vita di un animale è miseria e schiavitù: questa è la cruda verità.

«Fa forse ciò parte dell’ordine della natura? Forse questa nostra terra è tanto povera da non poter dare una vita passabile a chi l’abita? No, compagni, mille volte no! Il suolo dell’Inghilterra è fertile, il suo clima è buono, e può dar cibo in abbondanza a un numero d’animali enormemente superiore a quello che ora l’abita. Solo questa nostra fattoria potrebbe sostentare una dozzina di cavalli, venti mucche, centinaia di pecore, e a tutti potrebbe assicurare un agio e una dignità di vita che vanno oltre ogni immaginazione. E allora dobbiamo continuare in questa misera condizione? E quasi tutto il prodotto del nostro lavoro ci viene rubato dall’uomo. Questa, compagni, è la risposta a tutti i nostri problemi. Essa si assomma

in una sola parola: uomo. L’uomo è il solo, vero nemico che abbiamo. Si tolga l’uomo dalla scena e sarà tolta per sempre la causa della fame e della fatica.

«L’uomo è la sola creatura che consuma senza produrre. Egli non dà latte, non fa uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non può correre abbastanza velocemente per prendere conigli. E tuttavia è il signore di tutti gli animali. Li fa lavorare e in cambio dà ad essi quel minimo che impedisca loro di morir di fame e tiene il resto per é. Il nostro lavoro coltiva la terra, i nostri escrementi la rendono fertile, eppure non uno di noi possiede più che la sua nuda pelle. Voi, mucche che vedo davanti a me, quante migliaia di galloni di latte avete dato durante lo scorso anno? E che ne è stato di quel latte che avrebbe dovuto nutrire vigorosi vitelli? Ogni sua goccia è andata giù per la gola del nostro nemico. E voi, galline, quante uova avete deposto in un anno e quante di queste uova si sono dischiuse al pulcino? Le restanti si sono tutte mutate in danaro per Jones e i suoi uomini. E tu, Berta, dove sono i quattro puledri che hai portato in grembo e che avrebbero dovuto essere il sostegno e il conforto della tua vecchiaia? Ognuno di essi fu venduto al compiere di un anno e tu non li rivedrai mai più. In cambio dei tuoi quattro parti e di tutto il lavoro dei campi, che cosa hai avuto se non una scarsa razione e una stalla?

«E neppure avviene che la misera vita che conduciamo abbia il suo corso naturale. Non mi lamento per me,  io sono tra i fortunati. Ho dodici anni e ho avuto più di quattrocento figli. Questa è la naturale vita di un maiale. Ma nessun animale sfugge infine al coltello crudele. Voi, giovani lattonzoli che mi sedete dinanzi, voi tutti entro un anno griderete per il fuggir della vita. A questo orrore ciascuno di noi deve giungere: mucche, porci, galline, pecore; tutti. Persino i cavalli e i cani non hanno miglior destino. Tu, Gondrano, il giorno stesso in cui i tuoi possenti muscoli avranno perduto la loro forza, sarai venduto da Jones all’uomo che ti taglierà la gola e farà bollire la tua carne per darla in pasto ai cani da caccia. Quanto ai cani, allorché diventano vecchi e senza denti, Jones lega loro una pietra al collo e li annega nel più vicino stagno.

«Dunque, compagni, non è chiaro come il cristallo che tutti i mali della nostra vita nascono dalla tirannia dell’uomo? Eliminiamo l’uomo e il prodotto del nostro lavoro sarà nostro. Prima di sera potremmo divenire ricchi e liberi. Che fare dunque? Lavorare notte e giorno, corpo e anima per la distruzione della razza umana! Questo è il mio messaggio a voi, compagni: Rivoluzione! Non posso dire quando questa Rivoluzione verrà: potrebbe essere fra una settimana o fra cent’anni; ma so, con la stessa certezza con cui vedo questa paglia sotto i miei piedi, che presto o tardi giustizia sarà fatta. Compagni, in questo evento fissate il vostro sguardo per quel resto di vita che vi rimane. E soprattutto tramandate questo mio messaggio a quelli che verranno dopo di voi, in modo che le future generazioni proseguano la lotta fino alla vittoria.

«E ricordate, compagni, che la vostra risoluzione mai deve vacillare. Nessun argomento vi faccia deviare. Non date ascolto quando vi si dice che l’uomo e gli animali hanno un comune interesse, che la prosperità dell’uno è la prosperità degli altri. E’ tutta menzogna. L’uomo non serve gli interessi di nessuna creatura all’infuori dei suoi. E fra noi animali ci sia perfetta unità di vedute, solidarietà perfetta in questa lotta. Tutti gli uomini sono nemici. Tutti gli animali sono compagni».

Mondello: mare mosso

9 aprile 2017

Mondello: mare mosso
di costagar51

Sulla scogliera lungo la via Piano di Gallo.

Mondello (in siciliano Munneddu) è una frazione e località turistica di Palermo, racchiusa da Monte Pellegrino e Monte Gallo. Distaccata dalla città dal Parco della Favorita, è raggiungibile per mezzo dei tanti viali reali alberati o tramite collegamenti secondari.
Mondello (PA), ottobre 2016

Quando i “professionisti dell’allattamento” pensano col c…ervello

9 aprile 2017
by

“I professionisti dell’antimafia
di Leonardo Sciascia Corriere della sera, 10 gennaio 1987”

Noi di Domodama ci siamo confrontate su un tema complesso, e condividiamo il nostro pensiero, curiose di conoscere il vostro.
Ecco il mio:

io cammino
io respiro
io allatto

oppure

io cammino con le gambe
io respiro con i polmoni
io allatto al seno

“Con le gambe, con i polmoni, al seno” non si tratta di complemento di modo o maniera,(che indica una modalità, una scelta) ma complemento di mezzo o strumento, indicano quindi il mezzo attraverso il quale si compie l’azione espressa dal verbo

Immaginate un documento istituzionale o una campagna di pubblicità progresso in cui si vogliano promuovere i benefici del camminare, del respirare bene, in cui venga detto\scritto camminate con le gambe!, respirate con i polmoni!

Non la troverete perchè nella promozione di ciò che è fisiologico non si instilla il dubbio che muoversi con una sedia a rotelle sia una scelta o sia sullo stesso piano che camminare con le proprie gambe o respirare con una bombola di ossigeno sia uguale a respirare con i propri polmoni.

Infatti nel linguaggio comune non sentiamo la necessità di specificare con cosa camminiamo o respiriamo, perchè sappiamo che camminare come respirare fanno parte del nostro essere Umani.

Tutto ciò viene ribaltato quando si parla di allattamento. Nel linguaggio comune viene utilizzato “allattare\allattamento al seno” e ogni volta che si aggiunge quel “seno” non si fa altro che rinforzare quella cultura che ci dice che allattare è un’opzione, una scelta tra più possibilità.

Nel 2011 le associazioni che si occupano di allattamento in Italia hanno redatto una pubblicazione volta a rendere più efficace la comunicazione dei temi relativi all’allattamento

BADA A COME PARLI! Perché quello che dici e scrivi fa cultura

Che la mamma del mercato ti dica ho allattato al seno i miei bambini, ci sta tutto, ma che ad aprile 2017 ancora in documenti istituzionali si legga in tutte le salse “allattamento\allattare al seno” è veramente deprimente!

Saranno forse dei “professionisti dell’allattamento” che pensano col c…ervello!  Amrita

Questo è quello di Daniela:

sentire1A volte si pensa che la comunicazione riguardi solo quello che si dice o si trasmette, in modo univoco; per esempio, una tetta sul tetto di un palazzo, come è accaduto a Londra, si pensa possa rappresentare il sostegno all’allattamento in pubblico; ma non è così semplice. La comunicazione attiva una moltitudine di riferimenti contemporanei, su più e più livelli, di cui non siamo sempre consapevoli. Per questo è importante che sia corretta: perché se lo è, hanno maggiore probabilità di esserlo anche tutti i significati che ne derivano. Per esempio, se diciamo “sentire” possiamo riferirci a qualcosa che sentiamo “con le orecchie” o anche “col naso”; la parola è la stessa, e così quando “sentiamo” attraverso la pelle, o le ossa, o le emozioni, quando sentiamo “di dentro”, stiamo dicendo, senza rendercene conto, che è come se ci arrivasse qualcosa che ha un profumo e un suono che non sono materiali, ma metaforici, intimi, interiori.
Allo stesso modo, se parliamo di “allattamento” intendendo quello che è, cioè allattamento materno, stiamo trasferendo l’immagine di qualcosa che è assolutamente autoprodotto, autosufficiente, spontaneo e senza alcun limite. Parte da dentro (bimbo che chiede) arriva dentro (latte che si forma, tenerezza, accudimento), torna da dentro a dentro (latte che si dà e che si riceve, e diventa molto altro). Ma se dico “allatto al seno”, involontariamente evoco l’idea che possa non essere così, cioè che io possa farlo diversamente, per esempio con un biberon. In realtà in questo modo si fuorvia la comunicazione, perché il bisogno che parte da dentro (bimbo) arriva sì dentro, ma per essere soddisfatto ha bisogno che io utilizzi altro, degli “oggetti”, senza i quali non posso rispondere a quel bisogno: e così io divento un mezzo, non lo strumento vero e proprio. Sono un tramite: e mi serve sempre qualcosa che devo procurarmi, naturalmente comprandolo.

E questo è quello di Marika:

“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” Wittgenstein.

La lingua svela alcuni aspetti della realtà nascondendone altri, in questo modo si può

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biberon romano, “guttus”

proprio dire che i processi linguistici contribuiscono alla creazione di un nuovo sguardo su di essa. Se compariamo il verbo allattare nelle lingue più diffuse in Europa Occidentale, scopriremo come ogni cultura veda questo gesto in maniera diversa.

I francesi e gli italiani sembrano proprio in questo senso dei veri “fratelli di latte”, perché utilizzano entrambi il verbo allaiter, allattare che deriva dal latino tardo allactare, che significa semplicemente “dare latte”.

Gli spagnoli invece dicono amamantar, verbo che al suo interno conserva la parola latina mama, mammella e quindi rimanda letteralmente al “dare il latte dalla mammella”. Anche il verbo inglese to breastfeed, composto da breast (seno) e feed (nutrire) anziché insistere sul prodotto (il latte) come l’italiano o il francese, si focalizza sul mezzo, come lo spagnolo. Sul risultato del gesto invece pare si centri il verbo tedesco zu stillen, per il semplice fatto che portare un bambino al petto della mamme lo calma, lo placa, lo sazia in tutti i sensi (still in tedesco significa infatti calmo).

Tre modi differenti di dire corrispondono a tre prospettive differenti: se vogliamo cambiare il modo di dire, proviamo a cambiare il modo di vedere.

Il Fuoco nella Caverna arde

7 aprile 2017

IMG_20170406_170542216_HDRÈ bellissima per me quest’immagine.
È storta, lo so; tecnicamente non è una bella foto, è mossa e pure sfocata: l’ho fatta io, però, che vedo le cose così, rappresenta il mio sguardo.
Perché mostra il mondo come si vorrebbe che fosse: una stanza bianca, vuota, sterile, in cui solo il tetto, che si vede appena, sembra mostrare una propria vita articolata, il tetto e gli uomini seduti.
Su una parete, scorrono immagini che nella foto non si distinguono; e tre uomini di spalle le guardano con interesse. Dalla parte della quarta parete, invisibile nella foto, ci sono io che guardo loro che guardano, e c’è il proiettore.
È il Mito della Caverna di Platone? No.
No: non devono voltarsi per vedere la verità.
Non c’è bisogno.
LORO stanno guardando dalla parte giusta.
E pure noi che guardiamo loro che guardano l’impermanenza.
Stiamo guardando quello che non si vede, e non per questo non c’è.
Stiamo guardando quello che c’è di più, il mistero, l’arte, la creatività, il fuoco che distrugge, il fuoco che crea. Non sono ombre quelle che vediamo.
Grazie Paolo Madonia: le ombre create dal fuoco sono tutt’uno col fuoco.

Lamento su Idlib

4 aprile 2017

Chi uccide bambini non è mai stato figlio, pur essendo nato.

L'esageratOre

Chi uccide bambini non è mai stato figlio, pur essendo nato. Non ha mai avuto un figlio, pur essendo padre. Non ha mai amato, pur avendo abbracciato. Non è mai stato ricambiato, pur essendo sposato. Non è mai stato umano, pur essendo uomo o donna. Non ha mai fatto altro che un suicidio, pur avendo massacrato il mondo intero dall’alto. Sparisce malgrado continui a sorridere, a parlare; è cancellato nell’irrecuperabile abisso che fischia ai piedi della Geenna, malgrado uccida ancora e ancora e ancora spietato. E ancora. E la vita di tutti dovrebbe essere quella delle api che, usato il pungiglione, smettono di volare, di respirare, di fare male. Invece siamo delle vespe, il mondo è il nostro nido. Muoiono bambini.

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