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Quando i “professionisti dell’allattamento” pensano col c…ervello

9 aprile 2017
by

“I professionisti dell’antimafia
di Leonardo Sciascia Corriere della sera, 10 gennaio 1987”

Noi di Domodama ci siamo confrontate su un tema complesso, e condividiamo il nostro pensiero, curiose di conoscere il vostro.
Ecco il mio:

io cammino
io respiro
io allatto

oppure

io cammino con le gambe
io respiro con i polmoni
io allatto al seno

“Con le gambe, con i polmoni, al seno” non si tratta di complemento di modo o maniera,(che indica una modalità, una scelta) ma complemento di mezzo o strumento, indicano quindi il mezzo attraverso il quale si compie l’azione espressa dal verbo

Immaginate un documento istituzionale o una campagna di pubblicità progresso in cui si vogliano promuovere i benefici del camminare, del respirare bene, in cui venga detto\scritto camminate con le gambe!, respirate con i polmoni!

Non la troverete perchè nella promozione di ciò che è fisiologico non si instilla il dubbio che muoversi con una sedia a rotelle sia una scelta o sia sullo stesso piano che camminare con le proprie gambe o respirare con una bombola di ossigeno sia uguale a respirare con i propri polmoni.

Infatti nel linguaggio comune non sentiamo la necessità di specificare con cosa camminiamo o respiriamo, perchè sappiamo che camminare come respirare fanno parte del nostro essere Umani.

Tutto ciò viene ribaltato quando si parla di allattamento. Nel linguaggio comune viene utilizzato “allattare\allattamento al seno” e ogni volta che si aggiunge quel “seno” non si fa altro che rinforzare quella cultura che ci dice che allattare è un’opzione, una scelta tra più possibilità.

Nel 2011 le associazioni che si occupano di allattamento in Italia hanno redatto una pubblicazione volta a rendere più efficace la comunicazione dei temi relativi all’allattamento

BADA A COME PARLI! Perché quello che dici e scrivi fa cultura

Che la mamma del mercato ti dica ho allattato al seno i miei bambini, ci sta tutto, ma che ad aprile 2017 ancora in documenti istituzionali si legga in tutte le salse “allattamento\allattare al seno” è veramente deprimente!

Saranno forse dei “professionisti dell’allattamento” che pensano col c…ervello!  Amrita

Questo è quello di Daniela:

sentire1A volte si pensa che la comunicazione riguardi solo quello che si dice o si trasmette, in modo univoco; per esempio, una tetta sul tetto di un palazzo, come è accaduto a Londra, si pensa possa rappresentare il sostegno all’allattamento in pubblico; ma non è così semplice. La comunicazione attiva una moltitudine di riferimenti contemporanei, su più e più livelli, di cui non siamo sempre consapevoli. Per questo è importante che sia corretta: perché se lo è, hanno maggiore probabilità di esserlo anche tutti i significati che ne derivano. Per esempio, se diciamo “sentire” possiamo riferirci a qualcosa che sentiamo “con le orecchie” o anche “col naso”; la parola è la stessa, e così quando “sentiamo” attraverso la pelle, o le ossa, o le emozioni, quando sentiamo “di dentro”, stiamo dicendo, senza rendercene conto, che è come se ci arrivasse qualcosa che ha un profumo e un suono che non sono materiali, ma metaforici, intimi, interiori.
Allo stesso modo, se parliamo di “allattamento” intendendo quello che è, cioè allattamento materno, stiamo trasferendo l’immagine di qualcosa che è assolutamente autoprodotto, autosufficiente, spontaneo e senza alcun limite. Parte da dentro (bimbo che chiede) arriva dentro (latte che si forma, tenerezza, accudimento), torna da dentro a dentro (latte che si dà e che si riceve, e diventa molto altro). Ma se dico “allatto al seno”, involontariamente evoco l’idea che possa non essere così, cioè che io possa farlo diversamente, per esempio con un biberon. In realtà in questo modo si fuorvia la comunicazione, perché il bisogno che parte da dentro (bimbo) arriva sì dentro, ma per essere soddisfatto ha bisogno che io utilizzi altro, degli “oggetti”, senza i quali non posso rispondere a quel bisogno: e così io divento un mezzo, non lo strumento vero e proprio. Sono un tramite: e mi serve sempre qualcosa che devo procurarmi, naturalmente comprandolo.

E questo è quello di Marika:

“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” Wittgenstein.

La lingua svela alcuni aspetti della realtà nascondendone altri, in questo modo si può

biberon_romano3_350X350

biberon romano, “guttus”

proprio dire che i processi linguistici contribuiscono alla creazione di un nuovo sguardo su di essa. Se compariamo il verbo allattare nelle lingue più diffuse in Europa Occidentale, scopriremo come ogni cultura veda questo gesto in maniera diversa.

I francesi e gli italiani sembrano proprio in questo senso dei veri “fratelli di latte”, perché utilizzano entrambi il verbo allaiter, allattare che deriva dal latino tardo allactare, che significa semplicemente “dare latte”.

Gli spagnoli invece dicono amamantar, verbo che al suo interno conserva la parola latina mama, mammella e quindi rimanda letteralmente al “dare il latte dalla mammella”. Anche il verbo inglese to breastfeed, composto da breast (seno) e feed (nutrire) anziché insistere sul prodotto (il latte) come l’italiano o il francese, si focalizza sul mezzo, come lo spagnolo. Sul risultato del gesto invece pare si centri il verbo tedesco zu stillen, per il semplice fatto che portare un bambino al petto della mamme lo calma, lo placa, lo sazia in tutti i sensi (still in tedesco significa infatti calmo).

Tre modi differenti di dire corrispondono a tre prospettive differenti: se vogliamo cambiare il modo di dire, proviamo a cambiare il modo di vedere.

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