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Il Rito della Luce: un anno dopo, alla Piramide

23 maggio 2011

La Piramide 38° parallelo, a Motta d'AffermoQuando parla della sua Piramide, Antonio la definisce un’“Emergenza”. Con la sua andatura da bambino caracolla sugli stravaganti zoccoli arancio, le mani raccolte sul ventre come a sentire meglio una voce “interna”, e ti fa segno di seguirlo fino a un punto particolare, il più alto, il più a strapiombo – là, da dove vedi l’autostrada Messina-Palermo che su due corsie parallele sprofonda in due gallerie che sembrano bocche voraci spalancate ad inghiottire le macchine inermi; là da dove vedi, nella Fiumara d’Arte, “la Materia poteva anche non esserci”, una scultura di Consagra; là da dove, volgendo un pochino lo sguardo, vedi il tramonto, l’orizzonte nettissimo, le isole Eolie “anch’esse a forma di Piramide”, come a volere sancire un gemellaggio ideale con il fuoco del Vulcano, con la luce magmatica delle viscere della terra; e mentre tu trattieni il fiato, temendo di cadere in quel precipizio su cui lui si ferma sorridendo, Antonio ti mostra come uno spigolo della Piramide rimanga allo scoperto proprio perché ne sia più visibile l’“emergenza” dalla terra: trenta metri di altezza a partire dalle profondità arcane, ferrose, misteriche da cui si innalza la sua creatura (perché è sua la Piramide, anche se l’artista che l’ha realizzata si chiama Mauro Staccioli), “cima della cima e cima di se stessa”, la sua piramide in acciao corten, “lo stesso materiale delle navi”, che si brunisce da solo al sole e alle intemperie, proteggendosi. La sua piramide che si riscalda al sole e poi, al tramonto, raffreddandosi, “canta”, con un suono che ti riecheggia fin nelle viscere, o che forse nasce proprio dentro di te; la sua creatura che lui, dall’interno, fa risuonare con un pugno su una parete metallica, per farti sentire come il suono venga risucchiato verso l’alto, verso il vertice altissimo. Ti mostra le pietre dell’interno – grandi massi che sembrano animali placidamente addormentati: durante lo scavo quei massi sembrarono dapprima da buttar via; ma poi, Antonio, guardandoli bene, ha visto i loro volti: ogni masso ne ha uno, ben delineato e visibile, un volto diverso a seconda della luce che lo svela a suo piacimento nelle ore diverse del giorno. Come buttar via delle pietre vive, con quelle loro striature ferrose, dello stesso colore della piramide? Impossibile. E così quelle pietre – “ferro del ferro”, è un suo dire – le ha ricomposte in un lungo percorso di “pietre che camminano” – e davvero si vede che camminano! – fino a inoltrarsi dentro la Piramide (anche se due rimangono fuori, “custodi del sentiero”) e là avvoltolarsi in una spirale il cui centro corrisponde con il vertice stesso della Piramide.
E’ possibile, così, percorrere quella grande spirale di massi addormentati e placidi – dall’esterno, pian piano, addentrandosi fino al centro; e dopo essere arrivati là, pian piano si ri-esce, srotolando i propri passi verso l’esterno, e volgendo lo sguardo alla fenditura da cui filtra la luce del sole.
Si viene illuminati, dentro la Piramide, da quella luce che filtra appena, discreta ma diretta, quella luce che il giorno del solstizio d’estate, al tramonto, ti raggiunge davvero come una lama: “vieni qua, mi ha detto, vieni ti dico, mettiti qui!”, perché la luce mi illuminasse diretta, in quel punto preciso in cui lui si trovava. Le pietre, "ossa della terra" illuminate da un raggio di sole che filtra dentro la PiramideSi viene illuminati dopo aver percorso il tunnel sotterraneo lungo trenta metri di cui lui dice “è una lavatrice, una centrifuga”, perché dopo averlo attraversato nel buio più totale, timorosi di cadere – la prima volta il respiro si fa affannoso, il cuore batte all’impazzata, l’emozione di attraversare quel buio è fortissima; e tutte le altre volte lo si percorre invece nel più profondo silenzio, rispettosi di quella immensa sacralità autentica, profana, viscerale -, dopo averlo attraversato, dicevo, ci si sente purificati, ripuliti, e si arriva nel cuore della Grande Madre Piramide; e quando poi si ri-esce, il tunnel appare diverso, non più buio ma luminoso, e in fondo si vede la luce del sole raggiante, e la terra argillosa del luogo che con il suo colore caldo accoglie “fuori”.

...ciò che si vede nel tunnel mentre si "viene alla luce"...

E’ un venire alla luce, l’uscita dalla Piramide, una rinascita.
Mi ha detto che lui non progetta le sue opere: le “vede”, le “visualizza”, e allora comprende che nasceranno, e si apre a quella possibilità, e per questo nascono. Lui non pensa, ma sogna: e così crea.

Antonio Presti e le Montagne di profilo

Il suo desiderio è quello di “restituire Bellezza” alla terra di Sicilia: e come? Invitando la gente ad alzare gli occhi verso l’alto, verso il cielo, a riprendersi il tempo: il tempo ciclico, quello delle stagioni, del respiro, del corpo, del giorno e della notte, il tempo dell’alternanza che consente ad ognuno di riconoscersi mentre sorge ancora una volta il sole, o la luna ancora una volta è piena. Solo una volta l’anno, il giorno del solstizio d’estate, in cui il sole sarà al culmine dell’ascesa, sarà possibile visitare la Piramide; e solo quel giorno sarà possibile vivere, a partire da quest’anno, il Rito della Luce. Cos’è il rito se non l’attualizzazione del mito, la possibilità di riviverlo dentro e fuori di sé? Quel giorno sarà possibile uscire fuori dal tempo lineare che ci incalza fuggitivo e “fermarsi” un istante, proprio come il sole nel cielo. Fermarsi a respirare, ad ascoltare il battito del cuore, a rimirare la Bellezza.
La Bellezza che Antonio ci restituisce non è tanto o non solo quella delle sculture che realizza, e si capisce bene guardando la Piramide da lontano – dall’autostrada, ad esempio, o dal ristorante dell’Atelier sul Mare; la Piramide è una gigantesca freccia che indica il cielo, e sta a noi, poi, non fare come lo stolto, che mentre il maestro indica la luna, guarda il dito. E’ Bellezza già che esista l’Atelier, in cui è possibile dormire e sognare essendo tutt’uno con un’opera d’arte; è Bellezza quella che induce quest’uomo a far dono al suo territorio, alla sua amata terra, di tutta la propria folle e geniale creatività; la Bellezza è tutta nel suo “modo di fare”, nel suo abbandonarsi, farsi tramite, riuscire ad essere veramente ciò per cui è nato, al di là di qualunque sovrastruttura mentale o culturale. E si tratta di una Bellezza contagiosa, irresistibile, che fa venir voglia di spostare le montagne, ognuno a modo proprio, ognuno con le risorse più autentiche e genuine – e spostare le montagne può significare anche, semplicemente, prendere atto dei propri limiti, delle proprie resistenze, e trasformarli in punti di partenza, trampolini di lancio.
In una simile atmosfera tutto diviene possibile: l’utopia stessa non è mai rinnegata, perché, come dice Antonio – e come ha voluto si scrivesse sul pavimento della reception dell’Atelier – , “utopia non è ciò che non si può realizzare, ma ciò che il sistema non vuole che si realizzi”; al di fuori di qualunque sistema, lui vive nel “non luogo” e nel “non tempo” dell’utopia, e non vi si rinchiude, ma al contrario si rende ben visibile e manifesto, trasformando così, con la sua semplice presenza autoironica e spesso dissacratoria, il nostro modo di pensare, ed accogliendo i sogni come elemento fondante di una realtà altra.

Una lunga fila di visitatori – migliaia – sono saliti alla Piramide grazie ad un servizio di navette offerto dal Comune di Motta D’Affermo; nessuno sapeva cosa avrebbe visto né perché era venuto, alcuni erano diffidenti, altri ironici, altri semplicemente curiosi. Ma ben pochi sono andati via senza un sorriso e un’espressione diversa negli occhi. Via via che si procedeva nel percorso che conduceva alla Piramide, ci si poteva intrattenere ad osservare sentire vedere le varie postazioni che avevamo creato, e ce n’erano davvero per tutti i gusti: dalla telluricità delle percussioni alla leggerezza dell’arpa celtica, dalle campane tibetane al monocorde pitagorico, dal mantra tantrico a quello buddhista, dalle campane di cristallo allo dhikr sufi accompagnato dai liuti persiani, dai flauti ney, dall’hung drum; e poi, la leggerezza della danza, ispirata, aerea: quella ad occhi chiusi di Gil che davvero “danzava la luce” o quella di Giorgia, sottile, alata, elegante come nessun uccello, nessuna libellula, nessuna farfalla sono mai stati. E i canti d’amore della nostra terra, e una bianca performance tutta di lenzuola, e l’immenso mandala “bianco su bianco”, fatto di petali di garofani bianchi, farina, riso, sale, pietre, che rappresentava il Terzo Occhio; e dovunque il profumo dell’incenso, che si mescolava al nostro respiro orientandolo verso il cielo; e la parola dei poeti, che risuonava quando facevamo tacere gli strumenti; e via via che il sole calava, la luce delle torce a punteggiare il cammino, e la luna quasi piena a mostrare la strada. E su tutto svettava la Piramide, bella, brunita, scura nel tramonto…
E noi – tutti: artisti, visitatori, operatori – tutti vestiti di bianco.
Antonio è riuscito ad ottenere due cose straordinarie: il bianco e il silenzio.
Ognuno ha scelto il proprio bianco: per celebrare la luce.
Io, quando sono andata a comprare il mio vestito (volevo fosse nuovo), mi sono commossa.

Restituire il mandala agli elementi, in un turbine di petali, riso, sale, farina...

E quest’anno?
Sta per chiudersi il primo cerchio, quello da un solstizio all’altro: ma non si chiude e basta. Si chiude e riparte, a spirale. Torna e ritorna su se stesso, come le maree e la luna, come ogni respiro. Intorno alla Piramide è pieno di fiori, e le capre hanno leccato il sale del mandala. Il tramonto su Cefalù è sempre lo stesso e sempre nuovo e meraviglioso e la Piramide sembra più alta, forse è cresciuta un po’ nutrendosi della terra ferrosa che l’ha generata.
Quest’anno avremo più poeti e tra i poeti molti bambini; il mandala è ancora una sorpresa, gli artisti saranno tanti; ma non vi diremo nulla se non una parola: venite. Venite a vedere, a sentire ed ascoltare, ad annusare, a toccare, a creare: venite perché negli occhi di ognuno di noi è raggomitolata una Dea, messaggera della Luce: Iride si chiama, ma chi la riconosce? 😀

"Le dita di Dio"

programma dettagliato
Il bosco incantato
La stanza della Luce

 

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5 commenti leave one →
  1. antonia arcuri permalink
    25 maggio 2011 16:46

    Le pietre che camminano rassomigliano a quelle di Borges, le tigri azzurre, che generano e si moltiplicano. Ciao Samina, Daniela!

  2. 1 giugno 2011 06:37

    “Nel mondo esistono due tipi di creatori. Uno opera con gli oggetti: un poeta, un pittore, operano con gli oggetti, creano qualcosa; l’altro, il mistico, crea se stesso. Egli non lavora con gli oggetti, ma col soggetto; lavora su di sé, col proprio essere. E lui è il vero creatore, il vero poeta, poiché fa di se stesso un capolavoro”. Osho

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