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Il posto per un bambino buono

15 novembre 2012

Il Signor Z. è rimasto da solo: la moglie è morta tre anni fa.

In treno, mi racconta: “Mia moglie era una donna straordinaria. Non aveva bisogno di niente. Le sue bambole ben ordinate sul divano del salotto, le riviste, la musica, i bambini e io eravamo tutta la sua vita. Poi si è ammalata, e mi ha fatto promettere solo una cosa: che mi sarei preso cura di sua madre. Mi ha chiesto di seppellirla con tutti gli onori. Ed io lo farò: perché anche l’occhio vuole la sua parte. Avrà un bel funerale, già è tutto pronto, ma più di questo non posso fare, mica posso farla dormire a casa mia, sono un uomo, come faccio? Ma per ora sta bene, ringraziando Dio, e mi aiuta. Viene a casa mia e sistema qualcosa, a volte prepara qualcosa di buono.

“Io sono solo, signora cara, e solo voglio rimanere, perché mia moglie era veramente unica: guardi, si vede anche da qui”. Mi mostra la foto nel portafogli, e vedo una donna triste, col viso gonfio, le occhiaie. “Qui era già malata”, continua lui, come rispondendomi, “ma all’inizio era un fiore. C’ero solo io per lei. La vita è disgraziata, signora mia. Io a casa ho lasciato tutto com’era perché i miei bambini la devono ricordare sempre: e poi, se lei ha disposto le cose in un certo modo, perché dovrei cambiarle? E’ giusto così. Festeggiamo ogni anno il suo compleanno, con la torta ma senza candeline: e chi le soffia? Lei non c’è più…” L’omone con lo sguardo buono e la voce sottile si commuove, guarda fuori dal finestrino, i bambini seduti di fronte chiacchierano fra loro come se non sentissero.

“Io farò di tutto perché i miei bambini siano indipendenti: non come me. Io, signora mia, ero legatissimo a mia madre. Si figuri che quando ho fatto il militare – che per fortuna l’ho fatto a Palermo – non ci potevo stare lontano, a dormire in quel letto che non era il mio, senza la sua presenza nella stanza accanto, senza i suoi colpi di tosse rassicuranti. E allora che ho fatto? Sono scappato. E mi sono presentato da lei. Era quasi notte, ho bussato e lei ha aperto la porta, ma quando mi ha visto non era contenta per niente: ‘Disgraziato!’, ha detto, ‘ma che ci fai qua?!’ E mi ha riportato subito in caserma, signora mia, che figura!, ma ha fatto bene, perché avrebbero potuto arrestarmi, lo sa?, ed ora non avrei un lavoro e i miei figli come farebbero? Lo devo a mia madre se lavoro, perché mi ha riportato indietro. Ma i superiori hanno capito che io ero un ragazzo un po’, come le devo dire?, un po’ esaurito, ecco, e non mi hanno costretto a restare. Hanno fatto un certificato in cui c’era scritto in pratica che ero un po’ fragile, e così sono tornato a casa. Però io non voglio che i miei figli siano così, signora cara. Io gliel’ho detto subito: non pensate a me, non prendetevi questo pensiero. Per ora studiate, perché il vostro compito è questo, che ringraziando Dio ce lo possiamo permettere. Questo è il vostro lavoro per ora: studiare. E poi potrete anche andarvene “fuori”, che forse è meglio, perché qua il lavoro, quello vero, non si trova. Io resto qua, ma loro devono andare, non stare attaccati a me. Per questo, cara signora, io li porto in palestra, in Biblioteca, qua e là: ma lei pensa che se c’era mia moglie lo facevo, signora mia? Se c’era mia moglie li afferravamo tutti e andavamo in viaggio, a vedere i posti belli. Ma così….” L’omone sospira e gli trema un po’ il mento, poi inghiotte quello che non si può inghiottire.

“Però non è facile. Io li vedo che sono innocenti e non si sanno difendere e allora li ho iscritti a jujitsu, sa quelle cose che servono a non farsi fregare?, perché nel nostro quartiere, Ballarò, signora bella, lei non ha idea di quello che c’è, e loro devono potere tornare a casa la sera e se è il caso difendersi. Ora l’istruttore mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Signor Z., io lo capisco che lei vuole far fare movimento ai suoi figli, e va bene. Ma il più grande, signor Z., lei lo conosce meglio di me, è un bambino buono. Non è fatto per questa disciplina. Lui si difende in altri modi, o forse non ci pensa per niente. Io non so cosa può fargli fare, ma forse potrebbe chiedergli che cosa gli piacerebbe. Una cosa è certa: il jujitsu non è per lui’.

“E che gli faccio fare, signora cara? Io lo so che è un bambino buono, lui è come mia moglie. Non è che lo voglio fare diventare cattivo… Ma qui dov’è il posto per un bambino buono?”

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