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Il Papa non è una pipa

16 gennaio 2015

“Ceci n’est pas une pipe”, si legge nella celebre opera di Magritte: e ci si attiva, guardandola, ci si chiede ma come, allora cos’è?, e in effetti quella non è una magrittepipa, ma l’immagine di una pipa, che ci costringe a riflettere, a chiederci che cosa stiamo guardando, a osservare una differenza tra noi, ciò che vediamo e l’immagine della cosa vista.

Sì, perché per raccontare una storia bisogna sapere cosa si sta guardando: “storia” deriva infatti da una parola che significa “so perché ho visto”, “so perché sono testimone”.

Quando racconti una storia, dunque, è come quando respiri: prima inspiri e poi espiri, e l’aria che restituisci è fatta anche di te; prima guardi e poi racconti, e quello che dici è qualcosa che stai creando, perché quando racconti sei in quello che dici. C’è una brevissima pausa subito dopo che inspiri e subito dopo che guardi, ed è in quella pausa che accade un’inversione di senso: ciò che hai accolto, aria o immagine che sia, entra come un vortice, ti inonda, ti rimescola ed esce arricchito di ciò che sei.

Per questo le storie sono più vicine al respiro di quanto non lo sia la violenza. Se rispondi con un pugno a un’offesa (da quella, ipotetica, alla mamma del Papa ad altre ben più reali e strazianti), è perché non fai nessuna pausa. Non agisci, ma reagisci come se fossi un pupazzo a molla.

E tutto ciò è secondo me sintetizzato straordinariamente bene dagli autori di un’altra immagine che riprendiamo dalla rete:

armi

Guardatela bene: con la matita, ben appuntita e munita di gomma, si può scrivere e cancellare; con il kalashnikov, invece, si può solo sparare. La matita è bianca e orientata in un senso, il kalashnikov è nero e orientato in senso opposto; per scrivere, e quindi per raccontare, bisogna creare, e ci vuole tempo, pazienza, temperanza, mi viene da dire pensando a quella punta che scrivendo si consuma e alla gomma mordicchiata: il contrario è distruggere – e per farlo basta un attimo. Guardate l’immagine anche in relazione al dipinto di Magritte: là si evidenziava la differenza tra una pipa e l’immagine di una pipa; qui invece dobbiamo andare oltre, dobbiamo fare una pausa più lunga tra ciò che vediamo e ciò che è: la matita non è un’arma di distruzione di massa, benché possa essere usata anche per aggredire, perché consente risposta, confronto, crescita; il kalashnikov non è una religione, consente solo un’affermazione finale.

Perciò vorremmo dire: respiriamo. A tutti, anche al Papa, lo diciamo: respiriamo, ché non siamo pupazzi a molla. Qualcuno suggeriva di porgere l’altra guancia: forse intendeva dire che se invece di reagire subito con un pugno, senza nemmeno respirare, si provasse prima a guardare dall’altra parte, a invertire il senso, magari forse si potrebbe rispondere raccontando una storia e ricreando una realtà.
Già, perché rispondere vuol dire essere responsabili.

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  1. 16 gennaio 2015 15:17

    Credo che le parole del Papa non volessero giustificare la reazione del pugno, ma volessero dire, come ha detto, che è umano reagire anche istintivamente, con rabbia. Certo, sarebbe meglio fare qualla pausa, prima. Ma, a volte, la rabbia fa esplodere prima che riusciamo a fare quel respiro. L’importante è che restiamo sempre esseri umani e che quindi la reazione sia “un pugno”, una cosa per cui ci si possa scusare, anche, se è il caso; qualcosa che non provochi una danno più grande dell’offesa ricevuta, non la morte. Nessuna offesa giustifica l’uccisione di una persona.
    Le persone che hanno ucciso i vignettisti e i loro colleghi non hanno reagito con uno scatto d’ira istintivo: hanno pianificato…

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