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Orlando allo specchio: ieri, a Colori di Luce

14 dicembre 2016

orlando-allo-specchio-uomini-e-pupi-nel-teatroOrlando e Giulia allo specchio: la presentazione del Porto di Pan a Colori di Luce, ieri.

C’è un modo diverso di vedere le cose, uno per ognuno.

Questo libro bellissimo dimostra come raccontare qualcosa vuol dire raccontare se stessi: e non è per niente banale e scontato.
Non è un caso che per la presentazione sia stato scelto proprio il 13 dicembre. Un modo diverso di vedere le cose le illumina di una luce diversa, oggi che è santa Lucia e siamo qui a Colori di luce dove Michele ha cambiato le lampade e per giunta le ha messe a led — luce diffusa ma senza ombre…
Ma quella che ci affligge è spesso cecità: della cultura, dell’anima, del sentire.
Non ignoranza, spesso, ma proprio cecità, quella che nasce dalla perdita del nesso che unisce le rive della realtà: io, quello che vedo, tu. Quello che sono, quello che sei. Non vale a nulla guardarsi intorno o rimanere sulla superficie delle cose: si rimane come una mosca sul vetro. Il bello è scoprirsi dentro, sempre, un riflesso di ciò che stiamo guardando: noi siamo lo specchio del mondo.
Scoprire che quel Nesso non è un trattino ma un essere vivo, in carne ed ossa, un personaggio del mito, che in sé riunisce la natura dell’uomo e quella del cavallo in un centauro.

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Foto di Anna Rizzuti

Come si guardano le cose?
Dioniso si guarda allo specchio e vede il mondo, scrive Giorgio Colli. E se lo specchio fossimo noi? Noi che diamo ogni volta al mondo il corpo di un riflesso, il nostro corpo? Il mare non ci sembrerebbe azzurro senza il riflesso del cielo, né rosso all’alba e al tramonto, né argentato nelle notti di luna; ma questo riflesso, che ci appare scontato, non è in effetti che un’illusione, come lo stesso colore, del resto, che letteralmente deriva da “celare”, ed è ciò che nasconde le cose, non ciò che le rivela.

Ed è il nostro modo personale di riflettere il cielo, il nostro modo personale, unico, di riflettere le cose, quello che ci rende noi stessi, perché ogni volta che apriamo gli occhi sulle cose creiamo un mondo nuovo, con quella sorta di grazia illuminante che proprio a Santa Lucia oggi vogliamo dedicare, alla martire che fu per il suo insistere nel voler essere se stessa.
Ogni volta che viene alla luce qualcuno, nasce un nuovo mondo: per questo è fondamentale riconoscere l’unicità di quello sguardo che crea, che rivela, che restituisce, proprio come il mare che ad ogni sguardo ci restituisce una luce diversa.
Guardare non è solo vedere, è anche restituire.
Così, noi siamo come il mare nei confronti del cielo: e questo libro di Giulia non è solo ciò che si propone, il bellissimo racconto dell’incontro con il grande Maestro Cuticchio e la narrazione della sua esistenza. È anche questo.
È un metodo questo libro, secondo noi: un manuale di lettura consapevole del mondo e quindi di noi stessi — Io sono Te, e attraverso Te sono l’Universo, è scritto nelle Upanishad. Ci mostra quanto sia fondamentale raccontare le cose — le storie — facendole vivere attraverso i propri occhi, e quanto questo le arricchisca.
Proviamo ad aprirlo, questo libro.
Dopo le prime pagine — una bianca arricchita nel mio caso dalla dedica, una con il titolo e una con le dediche affettuose di Giulia alle sue radici buone, c’è quello che a volte si trova alla fine, a volte all’inizio.
L’Indice.
Che cos’è l’indice, lo dice già la parola: è un dito che indica. E qui indica precisamente lo sguardo: lo sguardo con cui Giulia ha lavorato, il suo pro-getto, i nove mesi trascorsi da quando ha cominciato, il tempo del sogno, della gestazione, della cova, dell’accudimento profondo di se stessa in cui lo ha scritto, e in cui ho avuto la grande fortuna di trovarmi a chiacchierare con lei proprio di questo, passeggiando nel vento, di sera, tra il mare e il luogo bello in cui intervistava “il Maestro”.
Là, tra il mare e quel luogo, è cresciuto questo sogno.
Proviamo a leggerlo, quest’Indice.
Leggere un dito, una direzione, uno sguardo:

“Dietro le quinte, la macchina del vento.
Il viaggio, la visione: nodi di legno.
Fare, sbagliare; scoprire il buio e le altre stelle…
La conobbe e restò senza
Nomi propri:
Il Capitano
L’Isola del Tesoro
O a Palermo o all’Inferno
Occhi negli occhi
Alle Armi!”

1-indice

Si può dire che lo sguardo, in questo libro, sia davvero la cosa più importante. Quante volte è citata la parola “occhi”?
Occhi e mani, in tutto il libro.

Vedere quello che non c’è oggettivamente: accade questo quando siamo o pensiamo di essere al cospetto di un Eroe. Allora, si attiva un altro sguardo, che sembra dovuto a quello che stiamo guardando, invece no: è il nostro sguardo, lo sguardo di dentro, che vede quello che non è fuori ma è dentro.

Il tempo allora si trasforma e tutto sembra presente, niente è perduto e niente è irraggiungibile. Presente, passato e futuro convivono, in quel tempo che è un po’ come quello del mito, quello delle cose che non furono mai ma sono sempre.
E il luogo in cui tutto questo accade, quale può essere? È il nostro, quello in cui siamo, è in questo nostro caso Palermo…

Ma chi è l’Eroe?, e mi riferisco naturalmente all’eroe come archetipo, cioè come modello profondo di funzionamento psichico, come dice Hillman, radice dell’anima, l’eroe in quanto protagonista di quel viaggio unico e speciale che ci porta a scoprire ciò che siamo.
Nasce come immagine interiore, come bisogno, necessità: nasce come dalla terra nasce l’immagine del cielo. Dice Esiodo che la terra, Gea, all’inizio dei tempi, generò per primo il cielo stellato, in tutto simile a lei, perché potesse avvolgerla tutta. In tutto simile a lei, azzurro come un Principe: può essere una liberazione come un intoppo; ed ecco il video di Claudia:

 

L’Eroe dev’essere riconosciuto per essere tale, riconosciuto e non costretto. Ulisse, l’Eroe protagonista dell’Odissea, piange una sola volta: quando ascolta il racconto di un aedo cieco, che non sa che lui siede alla tavola di Alcinoo, e ne canta le gesta. Solo allora Ulisse nasconde la testa nel manto purpureo e piange a dirotto: ascoltare qualcuno che ci racconta una storia — la nostra storia. Che ce la racconta a voce alta, che racconta noi a noi stessi: è un modo di nascere, un riconoscimento, la ratifica della propria esistenza.
Ulisse si riconosce in quel momento, e finalmente può abbandonarsi al pianto, perché si sente.
Da noi i racconti si chiamano cunti…
E quando ci si riconosce, quanta bellezza! Leggiamo le parole di Clorinda…

Che cosa vogliamo dire dunque con questa nostra presentazione oggi, lo sintetizziamo:
che possiamo guardare le cose e vedere quello che non c’è perché non è nelle cose ma nel nostro sguardo
che questo sguardo ha uno straordinario potere, che è quello di trasformare il mondo e di restituirlo arricchito
che in questo sta la relazione, in un creare che è anche crescere
che questi siamo, eh sì!
Nuvole di parole ci hanno gonfiato il cuore d’emozione, ieri a Colori di Luce.

Grazie a Giulia Lo Porto, a Michele Marzilla, a tutti coloro che hanno partecipato e sono andati via con negli occhi un sorriso.

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2 commenti leave one →
  1. 15 dicembre 2016 07:22

    L’ha ribloggato su eufemia, frammentie ha commentato:
    E’ stata una presentazione bellissima. Ne sono stata commossa e lusingata. Andate, se potete, a visitare la pagina Facebook del Porto di Pan e abbiate pensieri lieti, gente.

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