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io proteggo, promuovo e sostengo l’allattamento…e tu?

16 agosto 2016
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MAGLIETTA-MAMI-SITOIn occasione della SAM (Settimana mondiale per l’allattamento) il MAMI propone questa maglietta (ma anche canotta, felpa, t-shirt a manica lunga…) per tutte le amiche e gli amici dell’allattamento! Il logo è quello della SAM 2016 ma non c’è data, per cui la maglietta potrà essere usata in tutte le occasioni future.
La “campagna vendite” chiude il 28 agosto
Affrettatevi!! Prenotate la vostra maglia E… PASSATE PAROLA!

https://www.teezily.com/allattamento-mami

Passeggiata sulle Mura delle Cattive

13 agosto 2016
Passeggiata sulle Mura delle Cattive di costagar51

Passeggiata sulle Mura delle Cattive
di costagar51

La “passeggiata delle Cattive” o “passeggiata delle Mura delle Cattive” nella sua configurazione attuale è un monumento ottocentesco di Palermo.
Si tratta di una terrazza prospiciente il mare posta sulle mura civiche presso porta Felice e a ridosso del Foro Italico. La passeggiata esistente sin dalla fine del XVII secolo venne sistemata dal marchese Lucchesi Palli nel 1813, danneggiata dai violenti bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale (maggio 1943), abbandonata all’oblio ed inutilizzata sino al 1997 quando l’Amministrazione comunale avviò i lavori di restauro diretti dall’arch. Mario Li Castri e dall’ing. Nicolò Asaro. Nel 1998 venne riaperta alla pubblica fruizione.
Vi si accede tramite una scalinata posta nella piazza Santo Spirito, accanto a palazzo Benso. Sulla passeggiata si affacciano in sequenza le terrazze private oltre che del palazzo Benso anche quelle dei palazzi Butera, Piraino, Lampedusa e l’ex hotel Trinacria.

Etimologicamente deriva dal latino captivae (prigioniere), termine utilizzato per identificare le vedove, considerate come prigioniere del dolore del lutto. Infatti questa terrazza era utilizzata per le passeggiate proprio dalle vedove che si tenevano ad una certa distanza dalla passeggiata classica che era al Foro Italico.
da: it.wikipedia.org/wiki/Passeggiata_delle_Cattive

Palermo, ottobre 2013

Antonio Presti – Latitudine e Longitudine di un sogno

7 agosto 2016

All’origine del sogno esiste un mistero creativo impossibile da decifrare razionalmente.
Si tratta della creatività della natura, la medesima creatività che ha generato ciò che l’uomo non sarà mai in grado di inventare: le migliaia di specie di animali, di fiori e di piante della Terra.
I sogni sono proprio come i fiori e le piante. Sono esperienze uniche, delle quali non possiamo che meravigliarci.
Marie-Louise von Franz, Il mondo dei sogni

Un mistero creativo, i nostri sogni. Non solo quelli notturni: anche quelli in cui viviamo, quelli che creiamo intorno a noi.

Si racconta che l’Universo sia il sogno di un dio addormentato sull’oceano cosmico, che è anche Ananta, il mitico serpente infinito che simboleggia le acque. Quel dio è Vishnu, “Signore della Maya”, ed è insieme se stesso, il serpente e l’oceano. “All’interno del dio c’è il cosmo, come un bambino non ancora nato dentro la madre”, scrive H. Zimmer nel suo Miti e simboli dell’India, e continua “e qui tutto è restituito alla sua perfezione originaria. Sebbene fuori non esistano che tenebre, nel divino sognatore fiorisce una visione ideale di come l’universo dovrebbe essere. Il mondo, ristabilendosi dal declino, dalla confusione e dal disastro, riprende il suo corso armonioso. Ora, proprio durante questo intervallo incantato, accade […] un fatto straordinario: un sant’uomo di nome Markandeya, vagabonda come un pellegrino senza meta dentro il dio, sulla pacifica terra, contemplando con piacere il panorama edificante della visione ideale del mondo. Egli […] ha molte migliaia d’anni, eppure le sue forze sono intatte e la mente vigile. Mentre vaga nel corpo di Vishnu […] si ferma ai templi e ai luoghi sacri a fare atto di adorazione e il suo cuore si rallegra della spiritualità della gente nei paesi che attraversa. Ma ecco l’imprevisto. Nel corso della sua interminabile passeggiata senza meta, il robusto vegliardo, senza accorgersene, scivola fuori dalla bocca del dio che contiene ogni cosa. Vishnu dorme con le labbra socchiuse, e il suo respiro risuona profondo e ritmico nell’immenso silenzio della notte di Brahma. Dapprima, a causa della maya di Vishnu, Markandeya non vede il gigante addormentato, ma solo l’oceano, completamente buio, che si allarga vasto nell’onniavvolgente notte senza stelle. […] Mentre si dibatte nell’acqua tenebrosa, ecco si fa pensoso, riflette e comincia a nutrire dei dubbi: ‘E’ un sogno? O sono preda di un’illusione? […] Non c’è sole né luna né vento; le montagne sono tutte svanite, la terra è scomparsa. Che razza di universo è mai questo in cui sono capitato?”.
Il santo intravide poi la forma del dio, come un’immensa catena montuosa; gli si avvicinò e scivolò nuovamente nel sogno del dio addormentato. Egli era un essere umano, ma era anche il personaggio del sogno universale del dio; e quello che aveva vissuto fu a lungo per lui anch’esso come un sogno.

Un mistero creativo, dunque, i nostri sogni, di cui siamo protagonisti e registi, sognatori e sognati. Ognuno di noi è impegnato nel proprio: i sogni si sognano. Non importa se siano o meno reali, perché mentre li stiamo sognando lo sono. E’ un’altra dimensione, più lieve, più eterea, più delicata, ma non per questo meno reale.

E’ quella dimensione che si trasforma nel nostro destino: giacché, come scrive Rilke, quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non entra in essi dal di fuori. I sogni ci attraversano, e quando li lasciamo rimanere per un po’, quando li accogliamo come si accoglie un ospite nuovo, sbocciano come fiori, e lasciano poi semi e frutti veri. Sono quelli i nostri destini.

E sebbene sicuramente sogniamo da soli, non siamo tuttavia isolati nella tessitura del sogno; alcune persone hanno la grande capacità di renderli visibili, quei sogni, di condurvi dentro anche gli altri, di farceli camminare e respirare dentro: e quando questo accade, l’azione diventa Poesia, cioè “fare”: agire creativo.

La Poesia che trasforma parte da un “punto”: qualcuno che sogna. Un Centro.

Un Centro nero, denso, concentrato, spesso dolente, definito in se stesso – se visto dall’esterno.

Piccolo, minuscolo, infinitesimale – se visto dall’alto.

Il fare poetico consiste nello scoprirsi centro, chicco seme granello infinitesimale – e portarne alla luce l’intimità dirompente di vita, per quanto appaia, a prima vista, proprio come un seme: vuoto.
E’ solo se invece lo allarghiamo quel vuoto, lo riconosciamo come noi, con la stessa altezza, l’aspetto, le fattezze del nostro corpo e dell’anima a cui il corpo come simbolo rimanda – solo allora che quel punto si fa chiaro.

Ciò che prima ci appariva nero, era inchiostro concentrato, erano Storie. Le nostre storie, tutte scritte una sull’altra, aggrovigliate, scarabocchiate, avvinghiate e intricate una sull’altra, si trasformano in uno straordinario ologramma.

E il Sogno non ha tempo.

Sono appena tornata dall’Atelier sul Mare, a Castel di Tusa: ci sono arrivata giovedì e sono ripartita sabato sera: in termini di tempo convenzionale, ci sono stata appena due giorni e mezzo. Ma quando si sogna il tempo cos’è? A volte ci svegliamo credendo di aver sognato per tutta la notte, e invece non erano che pochi istanti: così mi sembra di essere stata lontana da casa un tempo lunghissimo.

Sono entrata, in quel tempo, in un sogno possibile, uno di quelli che diventano destino, il sogno di un mondo “poetico” e “poietico”, che può essere declinato in milioni di modi differenti, e perciò può essere condiviso.

Quel sogno è ambientato sulla Terra, quella di Sicilia su cui, come un antico cartografo, Antonio Presti ne traccia le coordinate geografiche, quelle linee che, se pure immaginarie, consentono di disegnare spazio e tempo. Sul 38° parallelo sorge la Piramide, l’ultima opera della Fiumara d’Arte: e a Librino sta per diventate visibile il percorso Museale TerzOcchio – Meridiani di Luce.

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Un’immagine del Villaggio Le Rocce tratta da Google maps

Il tempo e lo spazio: partiamo da Castel di Tusa diretti dapprima a Taormina. Antonio ci mostra il luogo in cui sorge il Villaggio Le Rocce, abbandonato a se stesso da 42 anni e in rovina. E’ come se ci fosse un incantesimo, ci dice; eppure sullo scoglio bellissimo sembrano aleggiare misteriose Sirene prigioniere, e le loro voci riecheggiano indistinte insieme agli stridii degli uccelli nel tramonto. Bellissime immagini visionarie ci descrivono il luogo per come non si vede ma è già, mentre prende corpo via via che Antonio dipana il racconto dei fiori, dell’acqua, dei suoni, della Bellezza che da ogni parte alla fine ci avvolge in un abbraccio che lascia senza fiato.

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Villaggio Le Rocce, foto dal web

Da Taormina andiamo poi verso Catania, e ci fermiamo a Librino quando è ormai sera

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La Porta della Bellezza a Librino

inoltrata e i palazzi appaiono ancora più spettrali, mentre le macchine sfrecciano minacciose e tutto è buio pesto. La Porta della Bellezza è là, ricoperta da un lato dalle mattonelle dei bambini e degli artisti che hanno voluto sostenere la possibilità di trasformare un muro in una porta; e mentre ci passiamo sotto, a piedi, i piloni dell’autostrada sembrano strane colonne di un tempio contemporaneo che incute un rispetto sacrale ma nello stesso tempo conferma che è possibile trasformare le cose facendole: distinguendo paralleli e meridiani, districandoli fra loro e tracciando vie luminose.

“Qui”, racconta Antonio camminando su un ampio spiazzo di cemento circondato di spazzatura, “qui chi passerà vedrà illuminarsi una storia, proprio sotto i suoi piedi; e per sapere come continua, dovrà proseguire, e si accenderà il resto, via via che lui passa”. E noi la storia la vediamo, là, che si accende, fatta di parole, di segni, di colori, e il buio sparisce, e la luce fiorisce dovunque, mentre quei meridiani di luce disegnano qualcosa che ancora non sappiamo, un tempo sconosciuto, uno spazio ignoto.

“Qui”, dice Antonio indicando il retro della Porta della Bellezza, “ogni visitatore potrà incollare la propria foto, che si potrà scattare là” e indica un vuoto dove lui crea per noi, a gesti, un “container” in cui ci si potrà fotografare e poi si stamperanno le proprie foto da incollare sul muro, e così “avrà il volto di ognuno, questa Porta”.

Poi ci indica dieci facciate grevi, che diverranno schermi di proiezione; e le finestre tristi di un grande palazzo di fronte alla scuola, un istituto comprensivo molto grande tutto illuminato, potranno servire per attivare un’app con un gioco che farà sì che le famiglie si riconoscano in quelle finestre: “aspetteranno che faccia buio per poter giocare”, dice.

E fiumi scorreranno – fiumi di luce – verso lo spettatore appoggiato alla ringhiera arrugginita, e non sarà una cosa spettacolare, ma evocativa, perché accenderà la speranza e lo stupore, risveglierà la gioia.

E in quel luogo così buio stiamo a occhi spalancati a guardare quello che non si vede – ma nemmeno l’aria si vede, e senza non potremmo respirare, e anche senza i sogni non potremmo, e quell’acqua che scorre verso di noi la vediamo, la sentiamo pure.

E ci saranno anche delle torri, alte come i palazzi, ma leggere, fatte di tubi e montate su ruote. E queste torri saranno tutte piene di fiori, così in quella periferia dove nessuno ha mai pensato al verde, le persone affacciandosi vedranno colori bellissimi e ne sentiranno il profumo, “specialmente in estate”, aggiunge Antonio, che cammina velocissimo da un luogo all’altro e stentiamo a stargli dietro, e meno male che c’è Gianfranco che ci segue con la macchina, altrimenti dovremmo fare un sacco di strada per ritrovarla.

E quando,  mentre camminiamo trasognati in fila indiana dietro Antonio, Gianfranco ci raggiunge, preoccupato perché sentiva abbaiare dei cani, noi, completamente immersi in un’altra dimensione, rispondiamo trasognati: “Cani? Che cani?”, accorgendoci solo allora che quelli del custode della scuola ci latravano dietro sospettosi.

Andiamo a casa, poi, quella casa bellissima, austera e insieme speciale, di fronte alla Chiesa di San Michele Arcangelo, così grande e imponente che vorresti far arretrare tutta la Via Etnea per poterla guardare bene. E là ritroviamo, prima di addormentarci, tutti gli elementi del sogno, nelle foto, nei dipinti, nel copriletto, in tutti i piccoli dettagli che raccontano il quotidiano – e che pian piano ci accompagnano in un sonno ristoratore.

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 Gole dell’Alcantara

E l’indomani, dopo uno spuntino dolce e salato, partiamo indomiti per le Gole dell’Alcantara, che già di per sé è un luogo meravigliosamente bello. C’è un fiume che scorre all’interno di una gola di lava rovente che l’acqua freschissima ha raffreddato via via, e sembra plasmata dalle dita degli Dèi, e talmente è bello che non ho fatto neppure una foto, perché Antonio raccontava l’invisibile e ancora una volta noi lo seguivamo là, e non ce n’era bisogno, di foto.

Poi ha detto “Andiamo, lo facciamo questo battesimo dell’acqua?” e siamo entrati insieme nell’acqua ghiacciata, e guardando la pietra lavica non sapevi se era acqua o fuoco quello che bruciava le gambe e i piedi. E poi, mentre eravamo nel fiume, nonostante il sole si è messo a piovere, e io mi sono commossa, perché l’acqua veniva dalla terra e dal cielo insieme, e veramente sembrava un battesimo, specie dopo che avevamo guardato il fiume dall’alto, non con gli occhiali 3D che davano all’ingresso per vedere un breve video, ma con quelli “poetici” con cui le cose si vedono veramente.

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Gole dell’Alcantara

E in tutti i punti più belli, Antonio raccontava cosa c’era che ancora non vedevamo, poi ha “preso possesso del chiosco” e ha distribuito bibite e gelati chiacchierando con i ragazzi che lo gestiscono, e abbiamo riso insieme perché già si sapeva che avrei scritto tante cose, anche di quando, la sera prima, ci siamo fermati a una stazione di servizio per fare benzina, e lui è sceso e poi è tornato con le sigarette in una mano e nell’altra, stretti al petto per non farli cadere, tre cornetti “ché gli zuccheri ci vogliono”, ha detto. Oppure di quando, tornando verso Tusa, dopo avere comprato le pesche di Moio “che qui sono buonissime” e il pomodoro che forse si chiama così perché lo vendono davvero a peso… d’oro, non si è quietato finché non ha trovato la pasta di casa e la ricotta buona e la carne per fare la sera una cenetta sopraffina.

E’ possibile tracciare le coordinate geografiche di un sogno. Bisogna integrare longitudine e latitudine, tempo e spazio, e avere un riferimento, il Centro. Bisogna essere se stessi sempre, e alimentare la fiducia e lo stupore.

 

 

 

 

Facilitiamoci! A Palermo

1 agosto 2016
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Il gruppo di sostegno alla pari dell’associazione “l’arte di crescere”  organizza un laboratorio pratico sulla facilitazione nei gruppi con Melania Bigi, una delle autrici del manuale + carte-gioco “Facilitiamoci!” edizioni la meridiana.

La facilitazione ha a che fare con i gruppi e le comunità, con le dinamiche che normalmente accadono quando le persone si mettono insieme per realizzare qualcosa e sperimentano la fatica del progettare e giungere alla fine di un processo. Interviene non sul cosa fare ma su come fare, perché tutti siano partecipi e protagonisti fino alla fine del processo deciso e avviato. In questo senso trova campi di applicazione ampi: è facilitazione ciò che supporta la naturale evoluzione di un processo, sia personale che collettivo. Questo workshop è dunque uno strumento per imparare a stare insieme affrontando le difficoltà e i conflitti, costruendo spazi sicuri di dialogo e confronto collettivo dai quali possano emergere soluzioni condivise e innovative.

Il laboratorio fa parte del crowdfunding del progetto di pubblicazione del manuale + carte gioco Facilitiamoci! ed è rivolto a chiunque viva una realtà associativa e/o di lavoro di equipe/gruppo.

Si terrà domenica 23 ottobre dalle 9 alle 18 nei locali della palestra Aria centro fitness di via G.Pipitone Federico 75

Si parlerà di:

– cos’è la facilitazione

– gestire una riunione: accordi di base, ruoli, orari

– al cuore di un progetto: l’ascolto profondo

– aprire lo spazio: semplici metodologie per raccogliere le idee

– appunti sul conflitto e le dinamiche di gruppo

– come stiamo andando? l’importanza del feedback

– tenere alta l’energia celebrando ogni passo

Il workshop è a numero chiuso e sarà richiesto un contributo di 40€ per le spese, comprensivo del pranzo. Per informazioni e iscrizioni mandare una mail a gsap.lartedicrescere@gmail.com o chiamare il 3389799490 

Per confermare la propria iscrizione basterà compilare il modulo a questo link 

https://docs.google.com/forms/d/1JlwtuPLhQ4yXVyOQQxKaXVflnPRYNiy4b2ulxnrs7YQ/prefill

e versare un acconto di 20€ all’associazione l’arte di crescere Iban IT88Q0301904612000009106838 entro e non oltre il 14 ottobre 2016

Per ulteriori informazioni cliccare qui

Castelvetrano: la Trinità di Delia

23 luglio 2016
Castelvetrano: la Trinità di Delia di costagar51

Castelvetrano: la Trinità di Delia
di costagar51

Chiesa della Santissima Trinità di Delia di costagar51

Chiesa della Santissima Trinità di Delia
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Chiesa della Santissima Trinità di Delia
“Distante pochi chilometri ad ovest di Castelvetrano, la Chiesa della SS. Trinità di Delia, prende il nome dal fiume che scorre nelle vicinanze.
Edificata nel XII secolo dai Normanni in stile arabo-bizantino rappresenta un unicum in Sicilia, in quanto unica chiesa a pianta centrale, a croce greca, pervenuta nella sua integrità.
La chiesa si caratterizza all’esterno per le tre absidi visibilmente pronunciate che si sviluppano sul lato orientale collegandosi idealmente alle tre porte di ingresso alla struttura.
Al centro della struttura si slancia una cupola, all’interno sostenuta da quattro colonne, due di marmo cipollino e di granito rosso dotate di capitelli decorati con foglie d’acanto.
Alla fine del secolo scorso, la chiesa fu restaurata dall’architetto palermitano Patricolo, per conto della famiglia Saporito ancora oggi proprietaria, che ne fece il proprio mausoleo.
Infatti la Chiesa della SS. Trinità è uno dei tre casi in Italia di Chiesa nobiliare in cui è possibile seppellire i propri defunti.”
da: www.rottadeifenici.movimentolento.it/it/resource/poi/chie…

Per saperne di più:
un interessante video di Jean Paul Barreaud da “Sicilia svelata – Castelvetrano: la Trinità di Delia”
www.youtube.com/watch?v=ib3qgrzHVFM

Castelvetrano (TP), luglio 2016

Una lettera da Gaza. Aiutatemi a rispondere.

21 luglio 2016

GazabambiniScrive da Gaza Ramy Balawi:

Ciao Daniela, non so cosa dire o come descrivere come vivo in questi giorni, dopo che ho perduto mio fratello, malato da settimane, perché il mondo lo ha privato di ogni diritto a una cura, così come ha privato la mia famiglia del diritto di vivere durante l’ultima guerra. Non so come descrivere la mia sofferenza di vivere nella solitudine più crudele, con un dolore insopportabile. Non so come tradurre la mia vita in parole, perché non c’è modo di esprimere che cosa vuol dire quando svanisci dentro e muori clinicamente esalando l’ultimo respiro e rendendoti conto che quello è l’ultimo respiro della tua vita. Nessuno è in grado di immaginare che cosa significa quando si muore lentamente, senza nemmeno poter gridare dal dolore perché si sa che nessuno vuole sentire questo dolore dato che sei stato abbandonato, perché hai chiesto solo l’opportunità di vivere come un essere umano nel mondo. Io non sogno che una semplice opportunità di vivere da essere umano, e anche se ho perso tutto nella vita, posso dire che il mondo non mi ha privato del mio diritto di vivere, pur avendo privato la mia famiglia del proprio. Io sto attraversando i momenti più terribili di tutta la mia vita, mentre sento che respiro il mio ultimo respiro. Per favore, Daniela, perdonami se le mie parole sono dure, ma non posso esprimere la mia vita crudele in nessun altro modo.

Gli ho risposto così:

Ramy, io speravo che tuo fratello si sarebbe ripreso. Mi dispiace che non ce l’abbia fatta. Il mondo è in ginocchio in questo momento, ma noi dobbiamo resistere. Resistere perché ci siamo: siamo vivi. Guarda gli alberi: vivono anche quando intorno a loro infuria la guerra e la devastazione. E anche quando qualcuno li brucia, spesso dopo un po’ di tempo spuntano foglie nuove. Il nostro compito, in questo momento, è quello di non perdere la speranza. Quello che accade dipende dall’ignoranza. La gente è pazza e ignorante, Ramy. Noi dobbiamo mostrare ai più giovani e ai bambini che si può andare oltre, dobbiamo ancora raccontare le favole e guardare le stelle e la luna e l’alba e il tramonto, Ramy. Tu sei un Maestro e non devi dimenticare questo. Il tuo compito è insegnare la storia: non solo quella passata, ma quella presente, quella di ogni momento.

E allora lui mi ha scritto:

Daniela, è difficile riscuotersi da tutto questo dolore insopportabile, perché non si può immaginare che cosa significa attraversare questa crudeltà e perdere tutto, senza avere l’opportunità di respirare o recuperare. Vorrei chiedere a voi se posso ottenere l’ammissione alla scuola d’arte di Palermo o da qualche altra parte.

Lo so che in questo momento sono milioni le persone che stanno male. Però credo che anche il cammino più lungo comincia con un piccolo passo, e vi chiedo: cosa possiamo fare, noi? Ramy è un maestro elementare, ha la responsabilità di molti e molti bambini, che hanno diritto a un futuro. In che modo possiamo farlo venire qui da noi? Cosa possiamo fare tutti insieme? Cosa potremmo rispondergli? Perché se lasciamo cadere la sua richiesta, siamo anche noi complici. Complici di questo momento assurdo in cui è possibile vedere su Internet i filmati degli orrori più inimmaginabili, ma sempre  e solo dopo almeno 15 secondi di pubblicità.

Mobilitiamoci, non ci vuole poi tanto, secondo me. Fatemi sapere qui, presto.

Che cosa mostra un Mostro?

20 luglio 2016

edipo_e_la_sfingeCos’era la Sfinge? Un Mostro: era un leone con volto di donna e ali d’uccello.

Secondo il mito, uno di questi “mostri” stava davanti alle porte della città di Tebe, e chiedeva ai passanti la soluzione di un enigma. Chi non riusciva a indovinarla, veniva divorato.

Da Wikipedia, per semplicità, prendiamo tre versioni del celebre Enigma proposto dalla Sfinge:

Pseudo-Apollodoro:
« τί ἐστιν ὃ μίαν ἔχον φωνὴν τετράπουν καὶ δίπουν καὶ τρίπουν γίνεται;»

« Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?»

Diodoro Siculo propone una versione simile:
« τί ἐστι τὸ αὐτὸ δίπουν, τρίπουν, τετράπουν;»

« Chi è contemporaneamente bipede, tripede e quadrupede?»
Ateneo di Naucrati cita un Asclepiade, che avrebbe riferito l’enigma in questo modo:
« Ἔστι δίπουν ἐπὶ γῆς καὶ τετράπον, οὗ μία φωνή,
καὶ τρίπον, ἀλλάσσει δὲ φύσιν μόνον ὅσς´ ἐπὶ γαῖαν
ἑρπετὰ γίνονται καὶ ἀν´ αἰθέρα καὶ κατὰ πόντον·
ἀλλ´ ὁπόταν πλείστοισιν ἐρειδόμενον ποσὶ βαίνῃ,
ἔνθα τάχος γυίοισιν ἀφαυρότατον πέλει αὑτοῦ ».

« Esiste qualcosa sulla terra che ha due piedi, quattro piedi e tre piedi
ed ha una sola voce, è l’unico,
tra coloro che si muovono sulla terra, in cielo e nel mare
a cambiare la propria natura, ma quando per camminare usa più piedi
la sua velocità in proporzione diminuisce».

Quand’ero piccola e pensavo a quest’enigma, mi chiedevo come mi sarei sentita io se fosse stato rivolto a me. Se me l’avesse chiesto la nonna, pensavo, magari mentre eravamo in giardino a spazzare le foglie di nespolo, lei con la sua grande scopa e io con quella mia piccolina, se mi avesse chiesto sorridendo “che dici, chi sarebbe secondo te uno che cammina prima con quattro gambe, poi con due e infine con tre?”, allora forse, con calma, avrei potuto trovare una risposta; ma… così? Davanti a un mostro, sapendo che sarei stata divorata…, come avrei fatto?

Stamattina l’ho capito: folgorante, la soluzione mi è arrivata da un articolo bellissimo di Stefano Bartezzaghi che vi consiglio di leggere, cliccando qui. Mi sono dapprima soffermata sulla parola “enigma”, che scritta dal figlio del celebre “enigmista” Piero Bartezzaghi, faceva un certo effetto. E poi ho pensato che ci potevano essere due modi per affrontare il Mostro: uno, quello di guardarlo come altro da sé: e allora la paura non poteva che prevalere. L’altro, quello di vedere che cosa il Mostro stava mostrando.

Un leone con volto di donna e ali d’uccello che mi fa una domanda, e se non indovino mi mangia, che cosa mi dice di me? Che cosa mi sta mostrando, questo bizzarro mostro? Forse, stando sul limitare tra me e lui e guardandomi dentro, forse avrei potuto rispondere, come Edipo, che la soluzione dell’indovinello era “l’uomo”, che gattona dapprima camminando a quattro zampe, poi va su due, poi da vecchio, appoggiandosi ad un bastone, su tre. Forse avrei potuto rispondere che la soluzione ero “io”, un’umana, con questo destino: e avrei avuto la meglio sul Mostro, che, portato a termine il suo compito, sarebbe sparito.

Forse non fu un caso che proprio Edipo risolvesse quest’enigma, lui il cui nome vuol dire “dai piedi gonfi” perché era stato esposto alla nascita, appeso ad una corda che gli passava attraverso le piccole caviglie forate: chissà se avrà gattonato, Edipo, o quell’antica ferita non gliel’avrà impedito e magari l’avrà desiderato senza poterlo fare; chissà se non avrà zoppicato, appoggiandosi a un bastone, anche durante la sua giovinezza,e quindi magari per questo avrà trovato subito la risposta. Chissà se il Mostro gli avrà mostrato queste parti di sé e forse anche altre, e lui avrà risposto “l’uomo”, oppure “io… se non fossi stato ferito alla nascita”.

Chissà quante cose ci mostrano di noi tutti i Mostri disseminati da ogni parte, in questo momento storico così cupo. Chissà se non appaiono proprio perché abbiamo cercato in ogni modo di tagliarli fuori, di ignorarli, di misconoscerli. Chissà se le cose potrebbero essere diverse nel momento in cui, di fronte a un Mostro, potessimo dire aspetta, mi stai dicendo qualcosa di me? Tu, proprio tu così come sei, tu che mi fai tutta questa paura o mi fai arrabbiare tanto, cosa mi stai mostrando?  Allora, forse, la paura non avrebbe la meglio, riusciremmo a vederci così come siamo, e il Mostro – forse – si dissolverebbe. Dove? Dentro di noi. E davanti ai nostri occhi forse resterebbe un essere umano, misconosciuto, a cui avevamo prestato ali di rapace e corpo pericoloso di leone affamato, e invece forse…

Chissà.

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