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“Partecipazione, coesione e ascolto delle piccole voci ecco come nasce lo sviluppo. Intervista a Fabrizio Barca” e non solo…

19 luglio 2017
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Fonte Agenzia per la Coesione Territoriale

Con grande piacere diffondiamo un’intervista di Paola Springhetti a Fabrizio Barca, ex ministro per la Coesione Territoriale, nonchè promotore della Strategia Nazionale Aree Interne, pubblicata sul numero 1/2017 di VDossier che vi consigliamo di scaricare e leggere per intero

Partecipazione, coesione e ascolto delle piccole voci ecco come nasce lo sviluppo. Intervista a Fabrizio Barca

Per innescare veri processi di sviluppo territoriale, bisogna cambiare radicalmente modo di progettare, ripartendo dalla coesione sociale e dal coinvolgimenti reale dei cittadini. È quanto afferma Fabrizio Barca, ex ministro per la Coesione Territoriale, nonché promotore della Strategia Nazionale Aree Interne, in un’intervista a Paola Springhetti pubblicata sul numero 1/2017 di VDossier, dedicato proprio ai processi di sviluppo territoriale.

A che punto siamo con la Strategia Nazionale Aree Interne?
La logica del Progetto per le Aree Interne è quella di non fare progetti estemporanei – se ne sono già fatti tanti nel nostro Paese – ma di prendere di petto, in maniera permanente, gli ostacoli che in questi territori rendono la vita pesante e difficile e che spiegano l’abbandono demografico. Da un lato, quindi, il peggioramento dei servizi fondamentali – scuola, salute, mobilità – e dall’altro la mancanza di capacità di liberare forze innovative, che consentirebbero di valorizzare meglio questi territori. In passato sono stati spesi molti soldi, per fare cose che non hanno lasciato il segno: al massimo hanno rallentato la caduta, ma non cambiato la curva. La strategia adottata dal progetto, secondo il modello di sviluppo innovativo che in Europa chiamiamo place based, è stata di evitare che si tirassero fuori dal cassetto progetti già pronti e facilmente cantierabili, e di impostare invece un processo per cui ogni area si è interrogata sul proprio futuro (di che cosa e come vivremo tra vent’anni?) e poi ha dato la parola alle persone, invitando ai tavoli e ascoltando i soggetti rilevanti, che hanno liberato idee e proposte, che spesso già c’erano, ma erano tenute in disparte. Un gruppo di una ventina di aree ha lavorato su questo per due anni, e ora otto o nove sono arrivate in porto, comprese due del Sud.

Arrivate in porto, che cosa vuol dire?
Hanno redatto una strategia, a partire dalla risposta alla domanda “dove vogliamo andare”. Domanda al plurale, perché il percorso non ha riguardato singoli Comuni, ma alleanze permanenti tra Comuni, mediamente 15, ognuno con un bacino di 30mila  abitanti. È cambiata la sequenza: prima hanno risposto alla domanda, e quindi hanno elaborato una visione, poi hanno messo a fuoco i risultati attesi, e solo alla fine hanno deciso le azioni necessarie per raggiungere questi risultati. Questo modo di lavorare segna la differenza con tanti altri tentativi fatti prima: i territori sono stati messi al centro, i Ministeri hanno discusso le proprie politiche con i territori… Tutto questo ha determinato un cambiamento culturale: in attesa che partano i progetti, sono già cambiati i modi di fare le cose che già si facevano. Il segno vero dell’innovazione sta nel cambiamento delle teste.

Fanno parte delle aree interne anche le zone terremotate. Alcuni si sono chiesti se valeva la pena di ricostruire – secondo lo slogan “tutto com’era e dov’era” – in territori già così in crisi.
In tutti i terremoti di tutte le aree italiane il “dov’era, com’era” si è posto sempre in termini elastici. I cittadini della Campania o di Gemona hanno ricostruito non dov’era, ma a pochi chilometri di distanza. Mai nella storia italiana un popolo ha deciso di abbandonare le terre, invece a volte ha deciso di ricostruire a una certa distanza. È successo anche nel Belice, in Sicilia. Il tema quindi è se ricostruire nello stesso modo o se farlo diversamente, riorganizzando il territorio. Forse, invece di ricostruire varie scuole, se ne può fare una, ma di qualità e di alto livello pedagogico, contornata da un efficiente servizio scolastico di accompagnamento. All’Aquila alcuni quartieri erano brutti: vanno ricostruiti come erano, oppure si può abbandonare quell’area e ricostruire un po’ più in là? Questo tipo di decisioni sono importanti e la storia dimostra che è fondamentale che i cittadini siano coinvolti, come fu nel Friuli Venezia Giulia e anche in Irpinia e come invece non è successo, nella fase iniziale, in occasione del terremoto aquilano. Nel caso particolare delle quattro aree colpite dagli ultimi terremoti, ce ne sono due, quella abruzzese e quella marchigiana, che sono molto vicine al mare: venti minuti di distanza può significare un forte rischio di abbandono del territorio alto, e quindi il rischio di una caduta demografica e quindi di un abbandono è più forte che altrove.
Proprio per questo il Governo ha deciso di utilizzare anche lì l’esperienza di Aree Interne: il team sta lavorando proprio attorno a questi temi: la scuola, prima di tutto (dove farla? qual è il tipo di secondaria che davvero serve?…); la tenuta della zootecnia, dopo la moria di animali legata al terremoto prima, alla neve poi, con la conseguente tentazione di abbandonare le attività produttive, che invece vanno riprese e rinforzate; i flussi turistici, che in queste aree sono sempre stati deboli, ma non inesistenti, per cui il terremoto deve essere occasione per cambiare la modalità di offerta turistica. Esattamente come si fa da ogni altra parte, ma con una differenza enorme: io dico sempre che lo Stato centrale deve destabilizzare il vecchio ordine, che non è stato capace di portare innovazione. E in una seconda fase deve ristabilizzare: non può lasciare il caos, ma deve aiutare a fare le scelte e in alcuni casi a rinnovare la classe dirigente. Nel caso delle aree terremotate la destabilizzazione, la pars destruens, è già avvenuta e in modo molto drammatico, a causa del terremoto. Questi eventi, come la guerra o le epidemie, sono brutali e quindi creano disagio, fragilità psicologica e sociale. Lo Stato ne deve tenere conto, nella fase costruttiva, e deve essere molto attento e garbato nel rapporto con i cittadini.

Coesione sociale: che cosa è e come interseca questo modo di lavorare sui territori?
Il concetto di coesione sociale – ma anche territoriale ed economica – è stato valorizzato dall’Unione Europea e ha un ruolo importante nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (art. 174), che richiede “interventi speciali” per promuovere uno “sviluppo armonico”. Affermazioni nelle quali risuona la nostra Costituzione, che all’art. 3 invita a “rimuovere gli squilibri economici e sociali”. Oggi, facendo confusione, si considera la coesione come un obiettivo, quando invece è uno strumento: l’obiettivo infatti è quello dell’inclusione sociale, cioè quello di assicurare, seguendo il modo di ragionare di Amartya Sen, a ogni persona la libertà sostanziale, o meglio sostenibile. Di garantire quindi la possibilità di vivere tutte le dimensioni della propria vita: un reddito non troppo più basso rispetto a quello degli altri, ma anche la scuola e l’istruzione, il trattamento della persona, la libertà di camminare per strada… La coesione è l’identificazione di ognuno di noi con tutti gli altri. Un concetto molto più forte di quello di solidarietà: la solidarietà è un atto che arriva dopo, che si aggiunge al nostro essere individuale e che ci spinge a dare qualcosa agli altri. Coesione vuol dire invece che gli altri sono parte di te, avvertire che la loro sconfitta è la tua sconfitta, è la sconfitta della tua cultura, della tua comunità. Per questo il termine “coesione” si riferisce alla densità delle relazioni umane, ma anche al metodo con cui si persegue lo sviluppo, quello sviluppo che fa crescere le relazioni: il metodo del confronto fra tutti i soggetti, della costruzione di coalizioni orizzontali – fra Comuni, imprese, cittadini organizzati – e verticali.

Quindi un processo di sviluppo del territorio come lei l’ha descritto, presuppone che ci sia già coesione sociale, oppure la costruisce?
È ovvio che è molto meglio se c’è già una robusta coesione sociale, ma non c’è quasi luogo in Italia – soprattutto nelle aree interne, che sono molto comunitaristiche – che non abbia almeno brandelli di coesione, di sentire comune. La politica può fare moltissimo per valorizzarli, ad esempio facendo sì che le persone non si vergognino, perché – parliamoci con franchezza – la cultura neoliberale ha esaltato non la persona, ma l’individuo, in una visione mondomensionale. Sappiamo che l’individuo è egoista – non facciamo sogni di buonismo e altruismo – ma è anche molto coeso con gli altri. Come diceva Amartya Sen, siamo sia buoni che cattivi, salvo i gesucristi e i diavoli. Il punto è tirare fuori quella parte di noi che è felice quando lavora con gli altri. Questo è uno dei compiti del policy maker esterno. Noi queste basi le abbiamo trovate, sia pure in misure molto diverse: i limiti che su alcuni territori stiamo trovando derivano anche da questo. Per esempio, abbiamo osservato che forse i risultati parzialmente positivi che abbiamo raggiunto nelle Madonie, in Sicilia, derivavano dalla natura particolare del marchesato dei Ventimiglia, che era aperto e non aveva ghettizzato i dintorni. Storicamente quel territorio ha avuto due caratteristiche: le persone si sono mescolate, anche attraverso i matrimoni, e si sono sviluppati sistemi di usi civici del territorio, che si sono mantenuti nella fase di superamento del feudalesimo. Perciò era normale condividere i beni comuni ed è ovvio che in un contesto del genere si lavora meglio. Questo non significa che, dove non c’è stata una forte coesione sociale, non si possa costruire, se si lavora sui frammenti che ci sono.

Ha accennato al ruolo dello Stato, dicendo che deve destabilizzare. Che cosa significa, e qual è il ruolo degli enti locali?
Gli enti locali devono essere i proprietari dei processi. Questo non sempre è successo, ad esempio non lo erano nei Patti territoriali, che pure sono stati esperienze interessanti in alcune aree del Sud. Venivano costituite agenzie ad hoc, che in qualche modo sostituivano i rappresentanti eletti dal popolo. Anche perché i Comuni non avevano soldi. Noi riteniamo che questa modalità sia sbagliata. In una democrazia elettiva gli eletti, anche se non ci piacciono, anche se hanno fatto scelte sbagliate, anche se appartengono a una classe dirigente chiusa devono avere una responsabilità nei processi. Però serve, che dall’esterno un soggetto “benevolo” rompa le incrostazioni, ad esempio facendo saltare l’idea che i soldi possono essere utilizzati per i propri interessi. Questo soggetto benevolo è lo Stato, che può dettare delle regole: ti do il potere, se tu giochi una partita aperta e ammetti al tavolo tutti, non solo quelli che hai sempre intermediato. Si possono dettare condizioni che permettano a politici e Amministratori di cambiare linea.

Lo Stato giocherà questo ruolo?
Come è successo in passato, lo Stato potrebbe avere un interesse collusivo con gli Enti locali: io ti do i soldi e tu, quando è il momento, mi fai avere i voti. Questo scambio ha retto buona parte delle politiche per le aree interne e per il Sud. Se questa è la logica, cambiare non conviene a nessuno: agli Enti locali rimane il controllo dei processi, lo Stato ci mette i soldi e ne ricava voti. Lo scambio è improprio, ma spiega perché fino ad adesso non è cambiato nulla: in fondo è meglio se questi territori non crescono, per poter continuare questo gioco. Per fortuna lo Stato a volte è un animale strano, che può reagire diversamente, soprattutto quando le cose vanno molto male – e in Italia vanno molto male, visto che dal 2008 la produttività non cresce, queste aree hanno un crollo demografico enorme e soprattutto la crisi di queste aree ha avuto effetti devastati sulle aree ricche. Un esempio evidente è la Liguria, dove è palese il costo sociale per la città della devastazione delle aree interne. Quando la nazione comincia ad avvertire questo costo sociale e in più – e questo è un fatto positivo – avverte l’interesse mondiale per le proprie aree interne (la domanda capitalistica di diversità, di un turismo diverso, di prodotti alimentari non sofisticati, del recupero di specie e prodotti che rischiano di estinguersi…), quando quindi si vede la convenienza dello sviluppo del territorio, allora tutti, anche lo Stato, possono decidere di giocare una partita virtuosa. Oggi il Comitato Tecnico Aree Interne ha un forte mandato ad agire in modo benevolo da parte dello Stato centrale.

La società civile organizzata, che ruolo gioca in tutto questo?
Quando esiste uno stato poroso e benevolo, si apre la possibilità di giocare la partita negli spazi che esso stesso costruisce. In questo caso costruisce luogo per luogo – quindi non il “tavolo verde” di Palazzo Chigi – degli spazi dove si discute davvero che cosa fare. Noi abbiamo molte organizzazioni che collaborano, proprio perché sentono che sono tavoli veri e che non perdono tempo. Quando invece queste organizzazioni si trovano davanti a uno Stato chiuso, che fa solo chiacchiere o neanche quelle, perché è autoritario o si illude che si possano cambiare le cose con decisioni prese da esperti calati dall’alto, allora le organizzazioni della cittadinanza devono costruirsi da sole gli spazi, spesso in modo antagonista.

Ha parlato di invitare ai tavoli i “soggetti rilevanti”. Le organizzazioni della società civile hanno ruoli di rappresentanza, non bastano?
Quando queste organizzazioni non comprendono che questi luoghi sono luoghi di coagulo, confronto, piattaforma di conoscenze, elaborazione di elementi comuni e anche raccolta di finanziamenti, e scatta la voglia e forse l’illusione della rappresentanza, diventano cattivi partiti, anche peggio dei partiti, perché un partito rappresenta tanti interessi, è sottoposto al voto, è costretto a cercare mediazioni e punti di coagulo tra uguaglianza e crescita, mentre queste organizzazioni sono monotematiche. Portano un punto di vista – ed è bene che sia portato, perché tra l’altro in questo momento i partiti sono assenti – ma dovrebbero essere consapevoli dei proprio limiti. I Tavoli se li devono conquistare, ma soprattutto devono accettare che siano aperti a coloro che essi rappresentano, cioè alle persone in carne e ossa, che portano esperienze ed istanze. Lo dice in modo preciso anche la Commissione Europea nel Codice europeo di Condotta, che non si rivolge solo alle organizzazioni della cittadinanza, ma a tutti: ai tavoli devono stare non solo i soggetti rappresentanti, ma tutti i soggetti rilevanti.

È una forma di disintermediazione anche questa.
Le organizzazioni sindacali e quelle delle imprese hanno paventato il rischio di essere disintermediate. La risposta, che ho sempre dato loro, è che si tratta di una sfida a portare nei tavoli il punto di vista di chi è davvero coinvolto. La sfida è di alzare il livello della presenza: se questa è molto alta, i soggetti rilevanti sentiranno, capiranno che vale la pena dare fiducia, anche nel processo partenariale. In democrazia, i soggetti intermedi sono necessari, ma quando parlano a proprio nome, perdono di significato. Vale la pena ascoltare le “piccole” voci, che a volte sono molto ricche e significative.

“Difendersi senza aggredire” a Isola delle Femmine

12 luglio 2017
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Dalla sfera educativa alle relazioni interpersonali, la violenza sussiste, cresce e si sviluppa perché ciascuno di noi la alimenta, spesso senza accorgersene. Nella genitorialità, nel lavoro e nelle relazioni ci troviamo spesso in situazioni di conflitto, situazioni in cui non riusciamo ad affermare noi stessi o al contrario prevarichiamo gli altri. Il metodo dell’equivalenza, elaborato dall’antropologa e formatrice belga Pat Patfoort, offre uno strumento molto concreto ed efficace per imparare a decodificare la struttura delle situazioni di conflitto, comprendendo come a volte contribuiamo ad incrementare escalation conflittuali; ci propone inoltre strumenti per migliorare la consapevolezza dei fondamenti delle posizioni che si contrappongono, e per cercare soluzioni orientate in modo nonviolento. Non si tratta di diventare “buoni”, ma di imparare, come recita il titolo di un libro di Pat Patfoort, a “Difendersi senza aggredire”.

Fiore giallo di “Thevetia peruviana” o “Cascabela Thevetia”

11 luglio 2017

Fiore giallo di “Thevetia peruviana” o “Cascabela Thevetia”
di costagar51

Thevetia peruviana o Cascabela thevetia, conosciuta anche con il sinonimo di Thevetia neriifolia, è un arbusto tropicale appartenente alla famiglia delle Apocynaceae molto diffuso sia come specie spontanea che come ornamentale nelle regioni a clima tropicale e sub-tropicale; nei giardini delle regioni a clima temperato caldo la specie trova utilizzazione come arbusto sempreverde molto decorativo per la lunga ed abbondante fioritura estiva di fiori campanulati di colore giallo zafferano, in virtù dei quali la thevetia è nota nel mondo anglosassone con il nome di “oleandro giallo”.
www.verdeinsiemeweb.com/2012/11/thevetia-peruviana-il-sem…
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en.wikipedia.org/wiki/Cascabela_thevetia

Palermo, maggio 2017

Allattamento: “COLLABORAZIONI SOSTENIBILI E IL RUOLO DELLE LEGGI”

5 luglio 2017
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Oggi 5 luglio 2017, dopo il Convegno Corpi Materni è stato consegnato alle Onorevoli Alice Anselmo e Valentina Zafarana, che ne avevano aperto i lavori, un documento propositivo nato dalla collaborazione e dal confronto scaturito dalla tavola rotonda.

 

Gent.me On.li

Alice Anselmo e  Valentina Zafarana

Palermo, 5 luglio 2017

 

A maggio 2017 si è svolto a Palermo il Convegno “Corpi Materni”, promosso dall’Associazione L’Arte di Crescere e patrocinato dall’Assessorato Regionale alla Salute. Il convegno e l’iniziativa ad esso connessa “Allattamento e Comunità” nascono all’insegna del motto della SAM 2017 “SOSTENERE L’ALLATTAMENTO INSIEME” che richiama gli ultimi due Obiettivi di Sviluppo del Millennio “COLLABORAZIONI SOSTENIBILI E IL RUOLO DELLE LEGGI”

La settimana mondiale dell’allattamento si celebra ogni anno dal primo al sette ottobre in Italia, coordinata dal MAMI, mentre dal primo al sette agosto nel resto del mondo.

Nel 2016 la WABA (World Alliance for Breastfeeding Actions) ha dato il via ad un percorso della durata di 15 anni verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile entro il 2030 (OSS), collegando ognuno di questi obiettivi all’allattamento. La 25° SAM, quella del 2017 pone l’attenzione sulle partnership necessarie per ottenere sostegno politico, attenzione dei media e partecipazione dei giovani rispetto al raggiungimento dell’Allattamento come Obiettivo di Sviluppo Sostenibile. Con il progetto Allattamento e Comunità l’associazione L’arte di crescere, attiva a Palermo nella promozione protezione e sostegno all’allattamento materno ha avviato un percorso per agevolare sul proprio territorio tali tre processi, indicati dalla WABA

– Sostegno politico

– Attenzione dei media

– Partecipazione dei giovani

Abbiamo concepito questo momento di riflessione intorno al corpo delle donne e in particolare ai corpi materni pensando a come possiamo passare dall’attuale situazione nella quale il sapere autorevole è distribuito gerarchicamente, ad una situazione in cui invece sia distribuito attraverso il consenso e orizzontalmente, una situazione in cui tutti i partecipanti contribuiscano al bagaglio di conoscenze alla base del quale sono prese le decisioni che influenzano gli stili di vita e le politiche sociali.

Che cosa dovrebbe accadere perché la donna diventi veramente una parte del processo decisionale intorno alla gestione del suo parto e del suo allattamento? E se al suo sistema di saperi dovesse essere “concesso” lo status di legittimo? E se avesse un posto nelle strutture di partecipazione professionale create attorno al parto e all’allattamento? Ci può essere una convergenza tra ciò che le donne sanno di sé stesse e dei propri (mancati) allattamenti e ciò che il personale sanitario docente e politico pensa sia la situazione della gestione dell’allattamento nel nostro territorio?

Si può giungere ad un adattamento reciproco mediante il quale approcci differenti nell’affrontare la questione del basso tasso di allattamento si integrino, attraverso il confronto, per strutturare un sapere autorevole e condiviso?

 

Crediamo nel valore della reciprocità, nella forza e nella competenza di cui sono portatrici le mamme, le donne, i bambini e le coppie. Quindi nella progettazione di questo come di altri eventi di promozione culturale dell’allattamento siamo partite da loro ed è da questa matrice che all’interno del progetto ALLATTAMENTO E COMUNITÀ il convegno Corpi Materni è stato volutamente indirizzato sia agli addetti ai lavori, sia ai protagonisti dei lavori. Scopo delle relazioni che si sono succedute è stato quello di portare le riflessioni sull’allattamento fuori dall’esclusività dell’ambito sanitario. C’è stata una precisa volontà politica negli anni passati nel confinare una esperienza umana come l’allattamento nel mero ambito sanitario, lasciandolo sguarnito di una riflessione umanistica che contribuisse ad alimentare una cultura amica delle mamme e dei bambini, amica delle persone. Ormai l’allattamento è talmente un ambito medicalizzato che a una mamma che allatta e che è talmente rara da vedere in giro, accade che l’autista qualsiasi di un tram qualsiasi in una città come Palermo si sente in dovere di suggerirle di coprirsi. 40 anni di TV spazzatura, di veline, ragazze cin cin e letterine hanno degradato lo sguardo collettivo legittimando l’esposizione del corpo femminile, spesso anche volgare, solo in quanto richiamo sessuale. È questo lo scenario su cui lavorare intervenendo sia nell’ambito scolastico che mediatico con una progettazione lungimirante e non episodica.

Corpi materni inoltre nasceva con la vocazione di portare la voce delle mamme e dei papà nelle sedi istituzionali. Abbiamo cercato di focalizzare l’attenzione su questo punto, proprio partendo dalla considerazione che il primo passaggio, nel sostegno al benessere perinatale, è la valorizzazione delle competenze dei protagonisti della nascita, cioè innanzitutto delle donne e dei bambini, ma anche quelle dei padri, dei nonni e di tutti coloro che gravitano intorno a quel momento.

Oggi l’allattamento è una questione prevalentemente sanitaria e lo è a causa di un fallimento culturale.  In questo contesto la promozione dell’allattamento senza il rispetto del Codice internazionale di commercializzazione dei sostituti del latte materno e senza ascolto profondo e non giudicante alla coppia che allatta si può configurare come una forma di violenza di genere.  Per non parlare di tutte le inutili nozioni con cui, con la pretesa di insegnare loro ad allattare, si sommergono le donne ingenerando ansia e senso d’inadeguatezza e il cui unico esito è l’estinguersi della competenza materna.

Per raggiungere questi obiettivi, poniamo alla vostra attenzione alcune proposte:

  • Per contribuire ad un cambio culturale e per far si che non ci siano esperienze a macchia di leopardo, legate alla buona volontà di singoli operatori si devono prevedere interventi informativi\formativi trasversali utilizzando strategie intersettoriali. Pertanto la Regione potrebbe parallelamente alla formazione di primo e secondo livello per formatori su strutture sanitarie, prevedere una formazione da offrire alle aziende (scuole, enti etc) rispondendo così all’obiettivo di favorire la nascita di Comunità amiche dei bambini come previsto dal protocollo OMS Unicef e non solo Ospedali Amici dei bambini

 

  • Inserire tra i criteri della valutazione dei dirigenti di dipartimento, parametri legati all’allattamento: (possibili proposte: il parametro del tasso di allattamento esclusivo alla dimissione e a sei mesi dalla nascita, la copertura della formazione del proprio personale)

 

  • Prevedere per la Sicilia, il rispetto del Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte materno e del DM 82/2009, attraverso le seguenti specifiche azioni:

-Ogni materiale informativo per le famiglie in cui siano date indicazioni su alimentazione infantile e allattamento dovrebbe passare al vaglio dal tavolo regionale (articoli 4.1 e 4.2)

– Ogni attrezzatura donata a strutture del sistema sanitario, dovrebbe essere autorizzata dallo stesso tavolo solo se priva di pubblicità (articolo 4.3)

– Maggiore controllo sul marketing in tutto il sistema sanitario regionale (valigette, campioni, prescrizioni nelle lettere di dimissione, etc articoli 5 e 6)

– Formazione di tutti gli operatori sanitari sui loro doveri in relazione al codice (articolo 7)

– Istituzione di un sistema di notificazione e vigilanza regionale sulle violazioni del codice (articolo 11)

  • La presenza insufficiente, in alcuni casi assente, di ostetriche nei reparti di ostetricia, sale parto, neonatologia       e nei consultori non permette una presa in carico e un rispetto dei tempi di cura e di ascolto necessari per il sostegno alle donne nell’avvio e nella prosecuzione dell’allattamento, esponendo madre e bambino ad un elevato rischio clinico. Pertanto si chiede la revisione dei modelli organizzativi dei punti nascita e       la loro integrazione       funzionale con il territorio , l’incremento di ostetriche valutando la possibilità, attraverso incarichi anche di diversa forma contrattuale di assumere personale dedicato e, soprattutto, la razionalizzazione dei carichi di lavoro

 

  • L’inserimento degli stakeholder nella composizione dei comitati provinciali e regionale del percorso nascita

 

 

Marika Gallo, Monica Garraffa

Moderatrici “Corpi Materni”

Conflitto d’interessi: perchè è importante?

27 giugno 2017
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“u cchiu pulitu avi a rugna” detto siciliano
Nella promozione e nel sostegno all’allattamento ad alcune e ad alcuni  sembra che rispettare il Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno ( comportamento comunque assai raro), sia l’unico  requisito per essere esenti da conflitti d’interesse, ma non è così…


 

Fonte: dalla newsletter dei No Grazie pago io   del 27 giugno 2017 

CdI: perché è importante?

Fineberg HV. Conflict of Interest: Why Does It Matter? JAMA 2017;317:1717-8

Conservare la fiducia è lo scopo essenziale delle politiche sul CdI. I medici hanno molti ruoli importanti, tra cui curare i singoli pazienti, proteggere la salute pubblica, intraprendere ricerche, segnalare scoperte scientifiche e cliniche, elaborare linee guida professionali e consigliare responsabili politici e organismi di regolamentazione. Il successo di tutte queste funzioni dipende da altri – colleghi, cittadini e leader politici – se credono alle parole dei medici e agiscono di conseguenza. La fiducia degli altri nel giudizio del medico è pertanto di fondamentale importanza.
Quando questa fiducia è compromessa, il ruolo dei medici è ridotto.
I medici dovrebbero dare giudizi informati e disinteressati. Essere disinteressati significa essere privi di vantaggi personali. Il tipo di vantaggio che è tipicamente preoccupante nella maggior parte delle situazioni che coinvolgono i medici è quello finanziario. Quando ci si riferisce a un CdI, il termine generalmente indica un interesse finanziario relativo alla questione in oggetto. Più inparticolare, un CdI può essere individuato usando uno standard ragionevole: esiste un CdI quando una persona ragionevole interpreterebbe le circostanze finanziarie di una situazione come potenzialmente sufficienti ad influenzare il giudizio del medico. Invocare questo standard introduce un elemento fondamentale di soggettività nel concetto. Se un CdI è quello che una persona ragionevole percepire come un CdI, allora è ridondante riferirsi all'apparire di un CdI. Quando si usa questo standard, un CdI si basa sulla percezione di una persona ragionevole di quali circostanze finanziarie potrebbero influenzare il giudizio di un individuo. Anche quando si sceglie un livello specifico e oggettivo di pagamento come soglia per definire un CdI, il ragionamento dietro quella scelta è in ultima analisi soggettivo e dovrebbe passare il test di una potenziale influenza da parte di un osservatore ragionevole.
Come presidente per 12 anni dell'Istituto di Medicina (ora Accademia Nazionale di Medicina), ho affrontato numerosi casi di CdI tra potenziali membri di comitati convocati per fornire consulenza.
Il CdI di un individuo non equivale a dire che il suo giudizio è influenzato, né costituisce un'accusa di pregiudizio o distorsione. La presenza di un CdI non è un giudizio sull'adeguatezza o sul valore della relazione che genera il CdI in una situazione particolare. Ad esempio, i medici impiegati dall'industria farmaceutica potrebbero migliorare la salute e salvare più vite di quanto non riuscirebbero a fare in molte vite di pratica clinica. Tuttavia, ciò non altera la presenza di un CdI se devono produrre valutazioni su farmaci o vaccini prodotti dal datore di lavoro. Alcuni erroneamente considerano un interesse finanziario che si qualifica come un CdI come un'affermazione che il giudizio sarà contaminato. Essi cercano di difendere la loro integrità scientifica e il rispetto delle evidenze, e affermano che il pagamento ricevuto o l'interesse finanziario che detengono non potrebbe influenzare il loro giudizio scientifico o clinico. Possono avere ragione, ma non capiscono.
Se una persona ragionevole percepisse che quelle circostanze finanziarie potrebbero influenzare il loro giudizio, il mancato riconoscimento e la mancata dichiarazione di CdI minaccerebbe di erodere la fiducia che sostiene il valore del giudizio e delle competenze professionali.
Molte persone tendono a sottovalutare l'influenza di rapporti finanziari anche relativamente piccoli e il fatto che una relazione possa essere tanto prominente quanto la quantità di denaro coinvolto. Il potere dei sentimenti di reciprocità è il motivo per cui si ricevono sollecitazioni caritative con buste di ritorno con indirizzo prestampato. Incluse in circa un terzo delle richieste di denaro senza scopo di lucro, queste buste, che sono dei piccoli regali, migliorano sostanzialmente i tassi di risposta.
Anche una busta prestampata di ritorno, rispetto ad una busta non prestampata, induce molti più medici a rispondere ad un sondaggio professionale.
Se la presenza di un CdI è in ultima analisi soggettiva, basata sulla valutazione di una persona ragionevole, è anche situazionale, cioè dipendente dalle circostanze finanziarie specifiche e dalla loro relazione con il ruolo specifico della persona coinvolta. Gli standard per l’aggiudicazione di un CdI possono anche essere legati al tempo e al luogo, con significati diversi in diverse culture e in momenti diversi della storia. In pratica, le politiche in materia di CdI dovrebbero essere ruolo-specifiche, chiarire le soglie finanziarie e gli intervalli temporali che contano, esplicitare quali interessi degli individui connessi alla persona in questione siano importanti, e descrivere specifici rimedi, quali la divulgazione dei CdI o l'esclusione da un comitato. Le politiche devono essere pubbliche, facilmente comprensibili, e applicate in modo uniforme. La base per eventuali eccezioni dovrebbe essere spiegata. L'obiettivo è preservare e proteggere la fiducia del pubblico nell'indipendenza e nell'obiettività dei medici coinvolti nell'esercizio in questione.
I medici, come altre persone, hanno molti tipi di possibili interessi finanziari. Come medici, il loro reddito di base può essere lo stipendio o la fornitura di servizi a pagamento. Un chirurgo pagato a prestazione ha chiaramente un interesse finanziario nel far accettare a un paziente una chirurgia.
Questo il paziente lo sa e lo può facilmente equilibrare cercando una seconda opinione da un esperto disinteressato. Consulenze, onorari e altri interessi finanziari possono derivare da altri ruoli professionali. Gli autori di un articolo pubblicato, ad esempio, possono rivelare un'affiliazione istituzionale, fonti di altri redditi rilevanti e finanziatori della ricerca. Ciò che è accettabile per un autore e rimediato da questa dichiarazione di CdI può differire rispetto agli standard più bassi richiesti ad un revisore che consiglia semplicemente gli editori e a norme più rigorose per la selezione di un editorialista che interpreterà il significato della ricerca per i lettori. Gli standard per la dichiarazione di CdI e per l'inclusione in comitati possono essere ancora più rigorosi per gli esperti chiamati a sviluppare linee guida o regolamenti professionali che possono influenzare direttamente la pratica clinica.
Nello stabilire delle soglie finanziarie per il CdI, le politiche sulle dichiarazioni degli stessi devono essere esplicite e pubbliche. Quale rapporto con un finanziatore e quale livello finanziario innescano la necessità di una dichiarazione, di una discussione e di possibili rimedi? Se non è attuale, per quanto tempo nel passato un rapporto finanziario è considerato rilevante? Gli interessi finanziari di un coniuge, un genitore, un figlio minore e un fratello devono considerarsi alla stessa stregua di quelli dell'individuo coinvolto? In generale, le risposte a queste domande dovrebbero essere guidate da standard ragionevoli. Per preservare la fiducia del pubblico, è meglio pendere verso una maggiore piuttosto che una minore divulgazione dei CdI, pur tutelando la privacy ed evitando questioni secondarie. Ad esempio, gli interessi finanziari di un cugino o di una nipote sono meno interessanti di quelli di un coniuge o di un fratello.
Un'attenzione scrupolosa al CdI non eviterà tutte le fonti di influenza sul giudizio estranee alle evidenze disponibili. Il bias, nel senso di un giudizio preformato, può provenire da molte fonti diverse dall'interesse finanziario. Amicizie, affiliazioni istituzionali, precedenti studi e riflessioni, conoscenze nel campo ed esperienza di vita possono produrre una predisposizione ad accettare,respingere o interpretare le evidenze in maniera particolare. L'obiettivo delle politiche sul CdI èevidenziare quelle fonti di influenza che derivano da interessi finanziari e ridurre la probabilità che si intromettano nei giudizi professionali. Un’inchiesta Gallup mostra che infermieri, farmacisti e medici sono tra i professionisti più credibili per il pubblico USA. In un momento in cui il ruolo della scienza è contestato dai politici e nelle decisioni politiche, è responsabilità delle professioni sanitarie perorare la fiducia nelle evidenze e nelle competenze indipendenti. L'adesione a politiche attentamente considerate, trasparenti e imparziali sul CdI può aiutare i medici a guadagnare e mantenere il loro posto di fiducia nelle menti del pubblico e dei responsabili politici.
A cura di Adriano Cattaneo

-le parti evidenziate non sono presenti negli articoli originali-

 

Murales in piazza Mediterraneo

23 giugno 2017

“VINCENTI – PERDENTI” in piazza Mediterraneo
di costagar51

Scorcio su piazza Mediterraneo
di costagar51

“L’ultimo lavoro del Collettivo FX è stato realizzato a Piazzetta Mediterraneo nel cuore dell’Albergheria il quartiere palermitano conosciuto soprattutto per il mercato di Ballarò. La piazzetta è uno spazio che è stato recuperato e restituito alla città tre anni fa grazie all’impegno di associazioni locali e al contributo dei cittadini.
Il Collettivo FX ha recentemente dipinto un segnapunti antirazzista che schiera in alto i volti dei vincenti e in basso quelli dei perdenti. In un immaginario gioco al biliardino i protagonisti dell’opera sono i visi, dipinti in bianco e nero, di Gandhi, Nelson Mandela, Malcom X, San Suu Kyi, Emiliano Zapata e Capo Giuseppe e dall’altro da Milošević, Eichmann, Rodolfo Graziani, Chivington e Bagosora. Il segnapunti realizzato per “Mediterraneo Antirazzista” è nato sotto il segno della curiosità dei passanti che si sono interrogati sulla storia e sulle battaglie, o ancora sui crimini e le tragedie, che quegli stessi visi raccontano.”
da: streetartattack.blogspot.it/2014/06/collettivo-fx-ri-guar…

Piazzetta Mediterraneo non è nata come pubblica piazza. In questo rettangolo di terra dal 1533 al 1943 si trovava la chiesa di San Pietro in Vinculis, che per secoli formò un tutt’uno con l’adiacente convento-ospedale Ordine dei Fatebenefratelli (formato dai discepoli di San Giovanni di Dio) e che attualmente ospita il liceo scientifico statale Benedetto Croce. Il 7 gennaio 1943 la chiesa fu completamente distrutta dai bombardieri americani della 9ª Usaaf (United States Army Air Forces) durante uno dei diversi raid aerei che Palermo subì durante la seconda guerra mondiale. Alle macerie si aggiunsero presto i rifiuti, trasformando l’ex luogo sacro in una discarica. L’oblio viene spezzato solo poco tempo fa, nel giugno 2011, quando i ragazzi del comitato Mediterraneo Antirazzista e del gruppo I Giardinieri di Santa Rosalia-Albergheri(ll)a ripulirono l’area da spazzatura e detriti, addobbandola con piante e panchine fatte con materiali di fortuna, ribattezzandola appunto Piazzetta Mediterraneo.
palermo.meridionews.it/articolo/38908/piazzetta-mediterra…

A Palermo, tra le vie Porta di Castro e Benfratelli.
Maggio 2017

Biblioteca Comunale di Palermo in Casa Professa

3 giugno 2017

Biblioteca Comunale di Palermo in Casa Professa: ritratti di siciliani illustri
di costagar51

Biblioteca Comunale di Palermo in Casa Professa: sala lettura
di costagar51


La Biblioteca Comunale di Palermo fu fondata per volontà regia e su iniziativa del Senato di Palermo: va ricordata l’infaticabile opera di Alessandro Vanni di San Vincenzo attraverso la quale pose al giudizio del Senato e del Sovrano la necessità che la Città potesse disporre del fondamentale strumento di ricerca e di supporto all’istruzione ed allo studio rappresentato da una biblioteca pubblica.
La cerimonia inaugurale ebbe luogo nell’aula senatoria del Palazzo Pretorio, l’attuale sala delle Lapidi, il primo settembre del 1760.
La Biblioteca ebbe la sua prima sede in una stanzetta del Palazzo Pretorio, ma ben presto il gran numero di donazioni di manoscritti e stampati rese lo spazio insufficiente e fu necessario affittare alcuni locali del palazzo del duca di Castelluccio.
da: librarsi.comune.palermo.it/polo/biblioteche-del-polo/bibl…

Il tempio della Fama (famae aedes): una raccolte di biografie dei Siciliani che, con le loro opere, hanno lasciato indelebilmente una traccia.
Accanto ad ogni biografia (ancora incomplete e in via di redazione) trova posto il corrispondente ritratto, frutto del lavoro di digitalizzazione di uno dei tanti patrimoni della biblioteca Comunale di Palermo.
librarsi.comune.palermo.it/polo/biblioteche-del-polo/bibl…

La Biblioteca comunale di Palermo ha sede nel complesso gesuitico di Casa Professa a Ballarò ed è la biblioteca pubblica più antica della città.
Un corpus eteregeneo di circa 400.000 volumi rendono la Biblioteca Comunale di Palermo una fra le più importanti biblioteche pubbliche italiane, costituendo una delle risorse più preziose per la ricostruzione della storia e della cultura non solo siciliana, ma anche nazionale ed europea.
Due sale con scaffalature lignee settecentesche, qualle di Lettura e quella dei Cataloghi, custodiscono incunaboli, cinquecentine e carteggi dei più importanti intellettuali della Sicilia moderna.
Con la soppressione degli ordini religiosi del 1866, alle raccolte si aggiunsero le biblioteche di queste corporazioni, le quali furono sistemate nella cinquecentesca Chiesa di San Michele Arcangelo,oggi parte integrante della biblioteca.

Palermo, gennaio 2017

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