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Murales in piazza Mediterraneo

23 giugno 2017

“VINCENTI – PERDENTI” in piazza Mediterraneo
di costagar51

Scorcio su piazza Mediterraneo
di costagar51

“L’ultimo lavoro del Collettivo FX è stato realizzato a Piazzetta Mediterraneo nel cuore dell’Albergheria il quartiere palermitano conosciuto soprattutto per il mercato di Ballarò. La piazzetta è uno spazio che è stato recuperato e restituito alla città tre anni fa grazie all’impegno di associazioni locali e al contributo dei cittadini.
Il Collettivo FX ha recentemente dipinto un segnapunti antirazzista che schiera in alto i volti dei vincenti e in basso quelli dei perdenti. In un immaginario gioco al biliardino i protagonisti dell’opera sono i visi, dipinti in bianco e nero, di Gandhi, Nelson Mandela, Malcom X, San Suu Kyi, Emiliano Zapata e Capo Giuseppe e dall’altro da Milošević, Eichmann, Rodolfo Graziani, Chivington e Bagosora. Il segnapunti realizzato per “Mediterraneo Antirazzista” è nato sotto il segno della curiosità dei passanti che si sono interrogati sulla storia e sulle battaglie, o ancora sui crimini e le tragedie, che quegli stessi visi raccontano.”
da: streetartattack.blogspot.it/2014/06/collettivo-fx-ri-guar…

Piazzetta Mediterraneo non è nata come pubblica piazza. In questo rettangolo di terra dal 1533 al 1943 si trovava la chiesa di San Pietro in Vinculis, che per secoli formò un tutt’uno con l’adiacente convento-ospedale Ordine dei Fatebenefratelli (formato dai discepoli di San Giovanni di Dio) e che attualmente ospita il liceo scientifico statale Benedetto Croce. Il 7 gennaio 1943 la chiesa fu completamente distrutta dai bombardieri americani della 9ª Usaaf (United States Army Air Forces) durante uno dei diversi raid aerei che Palermo subì durante la seconda guerra mondiale. Alle macerie si aggiunsero presto i rifiuti, trasformando l’ex luogo sacro in una discarica. L’oblio viene spezzato solo poco tempo fa, nel giugno 2011, quando i ragazzi del comitato Mediterraneo Antirazzista e del gruppo I Giardinieri di Santa Rosalia-Albergheri(ll)a ripulirono l’area da spazzatura e detriti, addobbandola con piante e panchine fatte con materiali di fortuna, ribattezzandola appunto Piazzetta Mediterraneo.
palermo.meridionews.it/articolo/38908/piazzetta-mediterra…

A Palermo, tra le vie Porta di Castro e Benfratelli.
Maggio 2017

Biblioteca Comunale di Palermo in Casa Professa

3 giugno 2017

Biblioteca Comunale di Palermo in Casa Professa: ritratti di siciliani illustri
di costagar51

Biblioteca Comunale di Palermo in Casa Professa: sala lettura
di costagar51


La Biblioteca Comunale di Palermo fu fondata per volontà regia e su iniziativa del Senato di Palermo: va ricordata l’infaticabile opera di Alessandro Vanni di San Vincenzo attraverso la quale pose al giudizio del Senato e del Sovrano la necessità che la Città potesse disporre del fondamentale strumento di ricerca e di supporto all’istruzione ed allo studio rappresentato da una biblioteca pubblica.
La cerimonia inaugurale ebbe luogo nell’aula senatoria del Palazzo Pretorio, l’attuale sala delle Lapidi, il primo settembre del 1760.
La Biblioteca ebbe la sua prima sede in una stanzetta del Palazzo Pretorio, ma ben presto il gran numero di donazioni di manoscritti e stampati rese lo spazio insufficiente e fu necessario affittare alcuni locali del palazzo del duca di Castelluccio.
da: librarsi.comune.palermo.it/polo/biblioteche-del-polo/bibl…

Il tempio della Fama (famae aedes): una raccolte di biografie dei Siciliani che, con le loro opere, hanno lasciato indelebilmente una traccia.
Accanto ad ogni biografia (ancora incomplete e in via di redazione) trova posto il corrispondente ritratto, frutto del lavoro di digitalizzazione di uno dei tanti patrimoni della biblioteca Comunale di Palermo.
librarsi.comune.palermo.it/polo/biblioteche-del-polo/bibl…

La Biblioteca comunale di Palermo ha sede nel complesso gesuitico di Casa Professa a Ballarò ed è la biblioteca pubblica più antica della città.
Un corpus eteregeneo di circa 400.000 volumi rendono la Biblioteca Comunale di Palermo una fra le più importanti biblioteche pubbliche italiane, costituendo una delle risorse più preziose per la ricostruzione della storia e della cultura non solo siciliana, ma anche nazionale ed europea.
Due sale con scaffalature lignee settecentesche, qualle di Lettura e quella dei Cataloghi, custodiscono incunaboli, cinquecentine e carteggi dei più importanti intellettuali della Sicilia moderna.
Con la soppressione degli ordini religiosi del 1866, alle raccolte si aggiunsero le biblioteche di queste corporazioni, le quali furono sistemate nella cinquecentesca Chiesa di San Michele Arcangelo,oggi parte integrante della biblioteca.

Palermo, gennaio 2017

CORRUZIONE

2 giugno 2017

Corruzione: questa strana parola che ammorba.

Una la legge o la sente serpeggiare tutt’intorno, in certi periodi più di altri.

Non risparmia nessuno, questa parola che ammorba: non chi ha ruoli istituzionali e nemmeno chi conosci o magari ti è caro – ché si pensa che quelli a cui si vuol bene siano al riparo da ogni male. Niente malattie né morte né incidenti per loro, non potrebbe succedere, meno che meno corruzione, impossibile, loro no.

Invece questo nostro tempo contrastato ci obbliga a prendere atto del fatto che umani siamo, non perfetti. Basta poco, e se non si è un minimo saldi sulle gambe, si scivola, e una volta per terra si cambia prospettiva. Tutto appare diverso, dal basso, l’orizzonte si restringe, si vedono le chewing gum appiccicate sotto le sedie insieme alle caccole secche, e ci si confonde con vermi e formiche, esseri con una loro dignità, certo, ma incapaci di veder oltre o per esempio di volare, esseri con gli occhi vicinissimi si piedi, se piedi li possiamo chiamare.

Gli occhi sono vicinissimi ai piedi, sì, ma per una strana distorsione della mente ci si sente invece potenti. Dio, si diventa, e si scambia una cosa per l’altra, lucciole per lanterne, proprio. Non c’è mai un motivo soltanto, ognuno ha il proprio. C’è chi soffre di solitudine, chi d’impotenza, chi ha bisogno di riconoscimento, chi qua, chi là, ci si contagia l’un l’altro. Può capitare a tutti.

Perché è una malattia, la corruzione, un virus, si respira nell’aria, la si evita solo quando i piedi sono lontani dalla testa perché si adotta la stazione eretta. Allora si respira un’aria diversa, sottile e pura, non impolverata.

È una malattia, sì, una malattia sociale. In che cosa consiste lo dice la parola​, da cum e rumpere, vuol dire rompere con ogni mezzo, distruggere l’integrità, fare a pezzi ogni cosa, avere occhi solo per sé.

Vuol dire privilegiare il proprio interesse sacrificando il proprio interessere.

Si cambia la propria visione del mondo, tutto qui: corruzione è una parola che deriva dal latino. Dal greco ne deriva un’altra, anch’essa di uno stato patologico, simile ma differente, schizofrenia. Sì, perché schizofrenico è chi ha una mente che frantuma, divide, chi non ha una visione d’insieme, in un certo qual modo.

E quindi la corruzione è una schizofrenia sociale. Non riguarda i singoli, ci riguarda tutti.

A noi il compito di recuperare quel filo d’oro che non faccia disperdere i pezzi – o di perderlo di vista e strisciare felici sui cocci della nostra stessa dignità.

Ad occhio nudo | eufemia, frammenti

28 maggio 2017

Articolo di Giulia Lo Porto

Ho scelto il mare tra le pietre. Lontano dalle spiagge attrezzate, affollate, martoriate. Qualche scalino diroccato per accedere a scogli biforcuti come lingue pietrificate di rettili. Pietre ostili ed abbandonate. Pietre che costringono a premeditare i passi, uno ad uno. Tra gli scogli trovo tutta la miseria del nostro popolo: cassette di polistirolo gettate dai venditori ambulanti di pesce. Scendono tra gli scogli a cercare alghe per ornare i pesci comprati al mercato tutti in fila ed eguali, per farli sembrare figli unici rubati al mare. Poi, a vendita avvenuta, quel che rimane lo buttano via insieme alle cassette, perché se una cosa non la si vede, non c’è. Si dissolvono le responsabilità. La preoccupazione di farla franca è più forte della bellezza e dell’armonia, più forte delle meraviglie che ci sono toccate in sorte. Non ci lasciamo educare dalla bellezza. La bellezza ci terrorizza, perché possiede una energia vitale che tutto coinvolge. E così le cassette coi resti di pesce si, erano oscene, ma drammaticamente familiari. Brandelli di animali a soddisfare quel senso della morte che noi siciliani portiamo nel DNA come anello immutabile, di generazione in generazione.

Continua qui: Ad occhio nudo | eufemia, frammenti

Mondello: 1° maggio al mare

27 maggio 2017

Mondello: 1° maggio al mare
di costagar51

La spiaggia vista dall’ Antico Stabilimento Balneare di Mondello.

Mondello (PA), maggio 2017

Sono libere le donne?

21 maggio 2017
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Opera di Riccardo Mannelli

Se le donne sono veramente libere ancora ce lo chiediamo, e forse già chiederselo significa che il problema c’è e che ce lo poniamo, perché c’era un tempo che non ce lo chiedevamo e solo per questo sembrava che non ci fosse.
Allora cerchiamo soluzioni qua e là; siamo disponibili ad andare in capo al mondo anche, ma se non le cerchiamo veramente dentro di noi, le soluzioni rimangono parole.

Le parole in italiano hanno un genere maschile e un genere femminile – e per questo spesso ci si accapiglia, perché anche noi siamo parole in fondo -, ma la cosa più importante è un’altra, è che ci sono parole vere e parole false e che spesso hanno lo stesso suono.
Sì, lo stesso suono, preciso, le stesse lettere.
Gli stessi caratteri.
C a r a t t e r i, come quelli delle persone.

Cosa distingue le parole vere da quelle false?
L’intenzione, anzi l’intenzionamento.
Le parole vere nascono dalla ricerca e quindi sono libere.
La ricerca è una sola: quella di sé, quella che nasce da una semplice domanda: “ma io chi sono?”, una domanda umile che porta a guardarsi dentro; e a guardarsi dentro si vedono le montagne e i fiumi e i laghi, gli animali, le piante, il cielo e la terra, gli uomini e le donne; e poi anche s’intravedono idee e categorie come disoccupati, omosessuali, carcerati, potenti, deboli, o anche assassini, amanti, insegnanti – qualunque cosa c’è, dentro di noi, e si scopre pian piano o tutto d’un colpo, dipende.
Le parole vere sono quelle che ci fanno sentire capaci, sono le nostre, quelle con cui diamo nomi alle cose, quelle con cui creiamo il mondo.

Le parole false nascono dall’intento di manipolare gli altri, dalla malafede: sono parole abusanti e abusate che vengono plasmate come gabbie e adattate intorno agli altri per mantenerli dipendenti o anche semplicemente inconsapevoli. Le parole false tagliano fuori la voglia di chiedere, chiedersi, cercare, e cancellano ogni creatività. Sono le parole del “Potere”.

Sono libere le donne?, ci chiediamo, andando ai confini del mondo, cercando risposte persino in antiche società tradizionali: eppure no, non è là che possiamo trovare le nostre risposte. Là ci sono altre risposte, le loro; ma non sono dentro di noi, quelle parole. Quelle parole sono vere là; ma qui assumono un senso completamente diverso, e se non stiamo attenti, le falsifichiamo, pur con le migliori intenzioni.

Ho visto un film interessantissimo, “Nu Guo – Nel nome della Madre”, a Palermo, all’associazione Colori di Luce. È un documentario di Francesca Rosati Freeman e Pio d’Emilia, che ci mostra un mondo lontanissimo dal nostro, un mondo dove non esiste violenza e le donne sono dello stesso genere della natura e come lei sono madri, al di là del fatto che abbiano figli o meno. È il mondo dei Moso, e molte delle loro idee, viste da fuori, ci appaiono meravigliose – la non appartenenza, l’assoluta eguaglianza, la libertà, la concezione dell’amore – per citarne solo alcune.
Ma un indomabile senso di irrequietezza mi impediva di mettere a fuoco, durante la proiezione e anche dopo, durante il dibattito, quello che percepivo un po’ stridente.
L’ho capito solo dopo.
Non era nel documentario, la cosa stridente, ma in noi, nel modo in cui lo stavamo guardando, nelle nostre aspettative.
Ho capito che stavamo cercando una risposta alla nostra sete di libertà… in una società tradizionale.
Una società tradizionale non può essere libera nel modo in cui noi lo intendiamo: là si fa quello che si è sempre fatto, perché è giusto, il mondo è stato sempre così e va bene così, non ci si interroga perché non ce n’è bisogno.
Siamo certi, dunque, di comprendere ciò che ci dicono i Moso? Siamo certi di riconoscere le loro parole, o stiamo dimenticando che il loro è un mondo differente, basato completamente su altri presupposti?
La nostra non è da gran tempo una società tradizionale, non lo è. Molto faticosamente, stiamo cercando di capire qual è il nostro posto nel mondo in cui viviamo, un mondo che abbiamo sognato libero ma è ancora ben lontano dall’esserlo.
In questo nostro mondo, abbiamo bisogno di trovare le parole vere, quelle che possono raccontarlo senza generare confusione e liberarlo da se stesso; trovare le nostre parole, quelle che nascono dal profondo disorientamento che ci contraddistingue, perché noi abbiamo lottato contro la società tradizionale, contro tutto ciò che fosse dato una volta per tutte e fosse là, scontato, giusto solo perché così da sempre.
Abbiamo bisogno di trovare le nostre parole – anche dissonanti, anche contrapposte, anche inventate, nuove, bizzarre – perché tacere vuol dire conformarsi, vuol dire spesso non chiedersi “ma io chi sono?”, vuol dire non chiedersi niente: e questo ci rende prede. E nelle antiche società tradizionali possiamo leggere sì infinite radici del nostro essere qui e ora, ma le radici stanno nel profondo, non si sovrappongono, si uniscono forse in un punto lontanissimo che possiamo raggiungere dentro di noi, non fuori.

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Opera di Riccardo Mannelli

Sono libere le donne?, ci chiediamo ancora, e quali sono le parole per chiedercelo?
Sono le nostre.
Sono libera io? Questa è la domanda.
E per comprendere meglio da quale complessità nasce, questa domanda, da quale assurdo e profondissimo tentativo di scardinare ogni certezza per poterla rifondare, da quale travaglio, ricerca, sbranamento di sé, vi propongo questi due bellissimi scritti, di Natalia Ginzburg e di Alba de Céspedes tratti da TUTTESTORIE n. 6/7, dicembre 1992, che potrete leggere qui: Discorso sulle donne

Sì lo so, l’articolo è lungo e anche gli scritti, ma dobbiamo rassegnarci: la ricerca è così, fatta di “ardente pazienza”.

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opera di Riccardo Mannelli

Le opere di Riccardo Mannelli sono tratte dal web.

Arsenale della Real Marina – Museo del mare

14 maggio 2017

Arsenale della Real Marina – Museo del mare
di costagar51

Stemmi e lapide sulla facciata dell’Arsenale della Real Marina – Museo del mare
di costagar51

Grandi ancore all’ingresso dell’Arsenale della Real Marina – Museo del mare
di costagar51

L’ Arsenale della Real Marina, aperto nel 1997, è un monumento di Palermo che ha sede in via dell’Arsenale, in un’area prospiciente i Cantieri Navali della città.
All’inizio del XVII secolo l’arsenale della città sorgeva nell’edificio posto nella odierna Piazza Fonderia, costruito nel 1601 proprio come arsenale per le regie galere, ormeggiate sul fondo del porto della Cala. Dopo poco tempo, in seguito all’espansione del porto di Palermo con la costruzione del nuovo molo più a nord (1567-1590), si decise di spostare anche l’arsenale in un luogo più conveniente e spazioso, lasciando al vecchio edificio il ruolo di fonderia per le artiglierie (Real Fonderia alla Cala).
Il nuovo arsenale, di forma rettangolare, venne costruito tra il 24 gennaio 1621, giorno in cui fu posata la prima pietra, ed il 1630, su progetto dell’architetto palermitano e ingegnere del senato Mariano Smiriglio. La costruzione dell’arsenale, iniziata sotto il Viceré Francesco de Lemos duca di Castro per iniziativa di don Diego Pimentel (all’epoca Generale delle Galere di Sicilia), si protrasse per circa nove anni e terminò sotto il vicereame di Francisco Fernández de La Cueva duca di Alburquerque.
La data è testimoniata anche dall’iscrizione in facciata che recita: “Philippi IV Hispaniarum, utrisque Siciliae regis III, auspiciis augustis, navale armamentarium inchoatum, perfectum an. Salutis MDCXXX” (“Con i felici auspici di Filippo IV di Spagna, III re delle Due Sicilie, l’incompiuto arsenale navale fu completato nell’anno della Redenzione 1630”) –
La lapide con l’iscrizione, a sua volta sormontata dallo stemma degli Asburgo di Spagna per il Regno di Sicilia, a sinistra è affiancata dal blasone di famiglia del Vicerè e a destra dall’emblema della città, con la figura del Genio di Palermo che fa capolino.

da: it.wikipedia.org/wiki/Arsenale_di_Palermo_-_Museo_del_mare
e da: www.regione.sicilia.it/beniculturali/archeologiasottomari…

Dopo i lavori di restauro eseguiti dalla Soprintendenza l’edificio è stato adibito nel 1999 a spazio museale, e affidato in gestione ai membri del “Comitato pro Arsenale Borbonico”.
Associazione Culturale “Museo del Mare e della Navigazione Siciliana «Florio»”
www.museodelmarepalermo.it/

Palermo, ottobre 2016

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